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The Wollemi Pine – a very rare discovery

‘Dinosaur tree’ or ‘living fossil’, the Wollemi Pine is certainly one of the greatest botanical discoveries of our time.

In September 1994 David Noble, an officer with the NSW National Parks & Wildlife Service, discovered some trees he didn’t quite recognise. In a deep, narrow canyon of the rugged Wollemi National Park, he discovered what we now call Wollemia nobilis or the Wollemi Pine.

The dramatic discovery of an evolutionary line thought to be long extinct is even more remarkable with these tall and striking trees growing only 150 km from Sydney, the largest city in Australia. They were found in the extremely rugged Wollemi National Park, a largely undisturbed wilderness area.

It’s rare, it’s endangered, it’s strange looking, and at first we didn’t know all that much about it. Now we know a lot more – click on a topic of interest at the left to find out more.

The worldwide demand for this plant has been enormous. Research into the horticultural development of the Wollemi Pine is being conducted at Mount Annan Botanic Garden.

Propagation and marketing of Wollemi Pines for sale worldwide is being done by our commercial partners, Wollemi Australia, see Growing it. Plants were available from Botanic Garden Shops at the Royal Botanic Garden, Sydney, the Australian Botanic Garden, Mount Annan and the Blue Mountains Botanic Garden, Mount Tomah and selected nurseries in Australia from 1 April 2006.

If you wish to obtain photographs of the Wollemi Pine for commercial purposes please contact Wildlight Photo Agency, Phone 61 2 9698 8077, Fax 61 2 9698 2067.

pino

La Zelkova, una pianta venuta dal passato
(di Manuel Zafarana)

Certamente molti avranno visto il film “Jurassic Park”, storia fantascientifica di come, tramite manipolazioni genetiche e tecniche all’avanguardia, gli scienziati riportano in vita i dinosauri dopo milioni di anni dalla loro estinzione. In realtà, dei grandi rettili sono rimasti solo fossili, ma incredibilmente alcune piante sono invece tornate dalla preistoria. Senza esperimenti, ma con un pò di fortuna e passione, due botanici siciliani, Garfi e Di Pasquale, insieme al prof. Quezel dell’Università di Marsiglia hanno scoperto un nuovo endemismo siculo: la Zelkova sicula. Questa era diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, fino a quando periodi di siccità alternati a continue glaciazioni, non ne determinarono l’estinzione. Gli unici esemplari di Zelkova conosciuti erano stati trovati come fossili, datati a circa 31.000 anni fa. Si trattava, dunque, di una pianta considerata scomparsa, ma l’estinzione era solo apparente: infatti, una ristretta popolazione di 200-250 esemplari è sopravvissuta nel bosco Pisano, a pochi km dal centro abitato di Buccheri (SR) e aveva continuato la sua vita millenaria senza che nessuno la notasse fino al 1991, quando si scoprì che alcuni arbusti non erano olmi pascolati, bensì una nuova specie appartenente alla famiglia delle Ulmanacee. La pianta si presenta come un alberello che non supera i 2-3 metri d’altezza, con foglie molto piccole, scarsamente lobate, coriacee e pelose che perde in inverno. Caratteristico è l’ambiente nel quale la popolazione si è adattata: grandi massi basaltici posti su un dirupo, favoriscono la formazione di pozze d’acqua che, oltre a rendere suggestivo il paesaggio, offrono un importante risorsa idrica per la specie. Oggi la pianta è nella Red List della IUCN (the World Conservation Union) ed è inserita nella categoria “Critically Endangered” (gravemente minacciata). Legambiente e l’Istituto di Genetica Vegetale del CNR di Palermo, hanno realizzato un piano di recupero della popolazione rimasta. L’area è stata proposta SIC (Sito di Importanza Comunitaria), ma ciò non basta, infatti, per porre le basi per il recupero della Zelkova sicula, occorre un impegno della Regione Sicilia affinché venga istituita una riserva naturale e vengano attuate alcune azioni precise: censimento della popolazione attuale e miglioramento della condizione di conservazione. A mio parere, efficaci campagne di educazione e di sensibilizzazione promosse dall’Ente regionale, di concerto con l’iniziativa Countdown 2010 il cui obiettivo è arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010, permetteranno di salvare questo fossile vivente dall’estinzione, e magari un giorno di farla divenire una pianta comune nei nostri giardini, ritornando a ripopolare la terra dopo milioni di anni.

Ritengo molto interessante questo articolo su una rara piante in via di estinzione e lo segnalo per i nostri lettori. Doretta Simoni

Etruschi

Cosmetica da cosmo (=universo ordinato e armonico) è la tendenza ad essere in armonia con l’Universo

Scrive Erodoto a proposito degli Sciiti: “Gli Sciiti fanno bagni di vapore… tritano su una pietra ruvida, su cui versano acqua,  pezzetti di cipresso, di cedro e di incenso, poi con quello che hanno tritato fanno una pasta spessa con cui si spalmano tutto il corpo ed il viso: le pervade così un soave profumo e insieme, quando il giorno dopo si tolgono il cataplasma, la loro pelle risulta brillante” E’ una delle centinaia di ricette di bellezza pervenuteci dall’antichità. Ricette e ingredienti diversi, un unico e gran denominatore: la cosmesi che aveva, nel mondo antico, una precisa rispondenza terapeutica e religiosa.

Anche oggi i medici affermano che la cura del corpo viene ad arricchire lo stato di salute generale di un individuo. In pratica è ciò che noi chiamiamo igiene che parte dall’ambiente, l’alimentazione e la cura estetica. Medi, Persiani, Egizi, Greci, Romani ci hanno lasciato tracce, soprattutto nei dipinti e nelle opere d’arte funeraria, della loro arte cosmetica. Rarissimi ovviamente, i reperti organici tanto che il “Beauty case” della pitonessa di Gallatis (Mongolia) può essere considerato un colpo di fortuna per gli archeologi, che hanno potuto capire quali componenti facevano parte del materiale usato a quei tempi per la cosmetica.

LA CURA DELLA BELLEZZA

Testimonianze archeologiche e fonti letterarie concordano nel riferire consuetudini riguardanti la cura di sé. Il ricorso alla cosmesi esprime l’esigenza di comunicare la propria individualità attraverso messaggi mirati. L’uso di cosmetici e sostanze odorose é inizialmente legato a funzioni magico-religiose e successivamente assume il carattere di fenomeno decorativo della persona. Lo studio delle testimonianze archeologiche, dalla produzione artistica alla cultura materiale, consente di ricostruire le abitudini cosmetiche nell’antichità.

La maggior parte delle essenze odorose proveniva dall’Oriente ed esse furono oggetto di scambio fin dall’VIII – VII secolo avanti Cristo. I numerosi contenitori di unguenti di produzione greca o orientale, anche nei contesti della Magna Grecia, etruschi o italici, mostrano un fiorente commercio ed una larga diffusione di tali prodotti, almeno nelle classi abbienti. L’olio di oliva costituiva la base grassa per le varie componenti odorose; l’omphacium in particolare, ottenuto da grosse olive verdi, era il più richiesto (Plinius, Naturalis Historia, XIII, 2, 3).

Nel mondo romano, la pratica cosmetica si diffonde in modo capillare e numerose fonti letterarie ce ne parlano. Ovidio è autore di un manuale sul trucco. Altri autori come Marziale, Seneca, Orazio descrivono molti aspetti della vita quotidiana legati alla cura della persona. Numerosi sono gli oggetti attestanti l’uso dei trucchi e dei profumi giunti fino a noi attraverso i ritrovamenti archeologici: unguentari di ceramica, vetro, pietre dure, contenitori di oli, mortai per la preparazione di paste cosmetiche, spatole bastoncini di vetro, osso, metallo, per il trucco degli occhi. La pratica cosmetica non era limitata al mondo femminile. Gli uomini, ad esempio, usavano ungersi e profumarsi il corpo prima e dopo il bagno ( questo uso era particolarmente seguito da tutti gli atleti). Strumento classico per detergere il corpo era lo STRIGILE che comparve in ambiente greco, poi etrusco già ne V-IV secolo a.C. Noi possiamo riprodurre parecchie ricette da loro tramandate e possiamo usarle per migliorare il nostro aspetto e la nostra psiche.

Le ricette antiche, oltre che a darci qualche suggerimento sui materiali naturali da usare, ci spronano a riconsiderare la ricchezza della natura e, la necessità di mantenerne l’equilibrio.

Natura in pericolo

Biodiversità – In Puglia 200 specie a rischio

Sono circa 500 gli endemismi e le risorse genetiche vegetali italiane e balcaniche minacciate, che non possono andare perse. In Albania sono quasi 300 le specie in pericolo. Un progetto a difesa dell’ambiente mediterraneo

Sono quasi 200 le specie a grave rischio estinzione in Puglia. Continua senza sosta l’azione aggressiva dell’uomo che mina non solo i fragili equilibri ecosistemici ma ne sta determinando una lenta ed inesorabile perdita della ricca flora endemica che è peculiarità e ricchezza della nostra terra. Non è solo la Puglia che rischia l’impoverimento. Anche la vicina Albania, fino a poco tempo fa ricca e prospera terra per le specie tipiche del bacino del Mediterraneo, è alle prese con il rischio estinzione addirittura per quasi 300 specie.

Sullo scoglio detto Mogliuso fiorisce un singolare giaggiolo selvatico scuro, profumato, descritto pochi anni or sono come forma endemica (Iris revoluta) e meritevole quindi di assoluta protezione.
Sideritias cardicus è il fragile e nobile tè di montagna che cresce solo sulle montagne albanesi.
Cos’hanno in comune? Il rischio estinzione.
Per conservare la biodiversità vegetale non solo in Puglia ma in tutto il bacino mediterraneo, l’Unione europea ha finanziato un progetto nell’ambito del programma di iniziativa comunitaria «Interreg III A 2000-2006 Italia – Albania» denominato Ceratonia.

«Il progetto Ceratonia (nome latino del Carrubo) – come sottolinea il coordinatore scientifico del progetto il prof. Francesco Losurdo, ordinario di Economia Applicata Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Bari – mira a preservare le piante più rare. Un enorme patrimonio che potrebbe andare presto perso se non si interviene in maniera rapida e sinergica. Due anni di raccolta, catalogazione, conservazione, restauro, salvaguardia e valorizzazione di risorse genetiche di specie endemiche e/o germoplasma agrario. Sono circa 500 gli endemismi e le risorse genetiche vegetali italiane e balcaniche “minacciate”, che non possono andare perse». «Adesso – conclude il coordinatore scientifico del progetto – l’obiettivo è costituire un Organismo Intergovernativo con sede a Tirana e di continuare sulla strada intrapresa al fine di restituire alle comunità mediterranee l’antico splendore dei nostri ecosistemi».
«Delle 500 specie rare prese in esame – ha proseguito la prof.ssa Liri Dinga docente dell’Orto botanico dell’Università di Tirana – circa 300 crescono in Albania e per la loro conservazione “ex situ” abbiamo previsto sia la coltivazione da piante vive sia quella in vitro con il seme. I primi risultati stanno arrivando, penso che il futuro sia nella sensibilizzazione della gente».

Lo stato di avanzamento del progetto Ceratonia, organizzato dalla Comunità delle Università Mediterranee (Cum) è stato discusso insieme ad alcuni tra i maggiori esperti di germoplasma e biodiversità provenienti da Italia, Albania, Bosnia, Croazia e Serbia.
Capofila del progetto Ceratonia è la Comunità delle Università Mediterranee (Cum), e ha come partner: l’Università di Lecce, Disteba; l’Università di Bari, Dipartimento di Biologia e Chimica Agroforestale ed Ambientale Dibca, Sezione di Genetica e Miglioramento Genetico; l’Istituto Agronomico Mediterraneo (Iamb); Il ministero dell’Ambiente, Direzione Protezione della Natura (Albania); l’Università di Tirana, Orto Botanico (Albania); l’Istituto di Ricerca Biologica, Accademia delle Scienze (Albania).

 CLITORIA TERNATEA ALBA

 E ora qualche “ricetta” del tutto naturale adatta all’estate

Crema protettiva colorante per il viso –

Caffè, Camomilla, carota, Cartamo, glicerina, iperico, Karitè, pinoli, propoli, spermaceti, the, Vit.E. Questa crema, se usata con regolarità, dona una elasticità e luminosità particolare alla pelle del viso e del collo evitando l’insorgere di rughe.

  Cipria antirughe pelli delicate

  Papavero petali, rosa rossa petali, ireos radice, riso polvere, o.e. rosa.  

 
  Olio corpo tonificante antismagliature leggermente colorante
   Caffè ex. idroalcoolico, cartamo olio, fitolacca, iperico olio, more, rose, storace estratti fluidi da  piante fresche.

Crema collo-viso idratante antirughe

Mandarino, papavero, vinacciolo, sambuco, cartamo, camomilla, arancio, karitè, limone o.e., luppolo, magnolia, prezzemolo, calendula, karitè, melissa., timo., oenothera olio, giglio bulbo, Ylang-ylang.                                                                                                                 

Queste preparazioni richiedono un po’ di tempo e pazienza, ma ottengono risultati non comuni.
                                         

benvenuta-palombi-semplice.jpg   Questa pianta conosciuta da Dioscoride e Galeno, nonchè dalla Scuola Salernitana, citata ampiamente dal Mattioli, come medicamento fitoterapico, è in disuso. Mentre nella tradizione popolare (zona di Anzio), l’infuso delle sue foglie veniva assunto come diuretico e il decotto, 2 o 3 tazzine al giorno, era usato come antiinfiammatorio epatico. A Marino (RM), il decotto di rizoma o foglie è usato come antitosse. In Toscana fa parte delle felci che curano le scottature.Probabilmente l’abbandono di questo tipo di medicamento si deve anche alla scomparsa della pianta in varie  zone della nostra penisola. E’ ancora molto rigogliosa sui monti Cimini, intorno al lago di Vico, nel Lazio, dove la zona è controllata e protetta da anni dal WWF. In questa zona, che io frequento da circa trent’anni, si nota la differenza di sviluppo e rigoglio e la varietà delle piante e dei funghi, dei muschi e dei licheni oltre che degli animali e degli uccelli. In questi boschi la Scolopendra, chiamata anche lingua di cane e lingua cervina, abbellisce il sottobosco, si potrebbe dire che ha una bellezza provocante!Il suo nome deriva dalla disposizione dei sori che li fanno assomogliare alle zampe dell’animale omonimo.E’ detta anche lingua cervina  o lingua di cane per il portamento delle foglie. 

pinomugo_fio.jpg        Famiglia: Pinaceae

Colore: verde, giallo-verde.In Italia: Alpi occidentali, Appennino PiemonteseNel mondo: Alpi centro-occidentali, Pirenei Diffusione rara Proprietà: anticatarrale, antiputrida, balsamica. Il Pino Mugo, a differenza degli altri, si presenta sotto forma arbustiva contorta e bassa, tanto che la raccolta dei suoi germogli si effettua con una certa facilità che permette di scegliere la parti migliori e di non rovinare la pianta. Il Mugo è diffuso in un areale piuttosto limitato comprendendo le Alpi Orientali, Centrali ed i Carpazi. La sua altezza non supera i 3-4 metri ed il portamento spesso è prostrato. Il termine italiano deriva dalla lingua latina pinus che, a sua volta, deriva dal greco pitus, termine usato da Teofrasto riferendosi al Pino selvatico. Pitus era un’amante del dio Pan, la stessa divinità mitologica che Ovidio ci descrive mentre si cinge la chioma con ramoscelli di pino. Molti altri autori dell’antichità quali Virgilio, Orazio, Properzio, hanno citato le varie specie di queste piante aghiformi che producevano resine aromatiche e che venivano usate soprattutto per produrre la pece. Ippocrate e Dioscoride ne lodavano le loro proprietà e ne consigliavano il loro impiego per curare le infiammazioni dell’apparato respiratorio.D’allora sono trascorsi molti secoli e anche le terapie moderne non si discostano da quelle antiche e l’azione balsamica e anticatarrale dei preparati a base di pino sono attualmente in uso. Ma la conoscenza scientifica ha allargato gli orizzonti anche in questo campo scoprendo che l’estrazione di alcune sostanze medicamentose sono più concentrate in una specie piuttosto che in un’altra.L’olio essenziale di pino è impiegato sia in Aromaterapia che in preparati cosmetici di alta qualità ed efficacia. La specie Mugo, come abbiamo visto, è la più rara, ma per fortuna è anche ricchissima di resina perché vive in quote montane più alte perciò più esposte ai raggi caldi del sole che stimola la pianta a secernere maggiore quantità di resina e migliore qualità. Questo spiega l’uso popolare della raccolta delle sue gemme da parte degli abitanti delle montagne che da secoli preparano sciroppi di raccogliendo le gemme, coprendole di zucchero o miele e lasciandole macerare al sole fino a che si formi un liquido ambrato che, opportunamente filtrato e imbottigliato, diventa lo sciroppo per l’inverno rigido di quelle contrade.Le migliori essenze di pino sono quelle provenienti dalla Russia nordorientale e dal Tirolo austriaco che, per l’appunto, è quella di  Pino Mugo. Il suo uso è utile sia per via interna che per via esterna.Via interna: Apparato digerente-escretorio: calcoli alla vescica, cistiti, disturbi renali Apparato respiratorio: tutte le affezioni delle vie respiratorie come bronchiti, asma, influenza. Sistema nervoso: debilitazione generale. Testa: sinusiti.Via esterna: antisettico, riequilibrante dello strato epiteliale in saponi, bagni-schiuma, detergenti, dopobarba, lozioni per il corpo, creme ecc.Bisogna tenere presente che, come tutti gli oli essenziali, l’uso esterno ha effetto anche per i problemi interni del nostro corpo (se lo massaggiamo con lozioni o creme al pino tutti gli organi ne trarranno vantaggio). Il pino mugo, in Aromaterapia, è un olio di tono medio cioè agisce sulla maggior parte degli apparati corporei e sul metabolismo generale.

veronica.jpgVERONICA Chamaedris, VERONICA Officinalis, VERONICA Persica Esiste una notevole varietà di queste piante, ma sono facilmente riconoscibili dai fiori che in Primavera occhieggiano nei prati dalle pianure ai monti. Nella zona di Trisulti (Lazio) si trova la Veronica acquatica (Veronica anagallis acquatica) che in quei luoghi, usavano mangiando le parti più tenere bollite. Nella zona di Formello si usa la Veronica montana come infuso digestivo e, per uso esterno, per alleviare i pruriti cutanei.Fu usata nell’antichità per curare innumerevoli disturbi.

All’origine del nome si danno  vari significati:dal greco =”io porto la vittoria” riferito alla guarigione di tante malattie;dal latino =”vera et unica”(1) VeronicaNella tradizione popolare cristiana, riferita al nome della donna che asciugò il volto di Cristo, proprio per collegarla alla capacità di guarire le ferite della pelle.In Francia era conosciuta come “Herbe aux ladres” =erba dei lebbrosi. Questa indicazione è riportata anche nell’opera del Mattioli. Leggi tutto »

felce-max.gifQuesta pianta è antichissima, ed è una di quelle che ha contribuito alla formazione del carbon fossile. In tempi preistorici aveva un portamento arborescente.Il nome scientifico significa -molte fila- e si riferisce alla disposizione dei”sori”(1) che sono disposti in più file nelle pagini inferiori delle foglie. Nella tradizione popolare italiana, anche questa pianta è legata alla festa di S.Giovanni.

Si credeva che raccogliendo i sori, nella notte del santo, e portandoli addosso, si poteva diventare invisibili ed essere difesi da ogni avversità durante tutto l’anno.Il suo uso popolare contro ” i vermi”, ebbe molta diffusione nel XVIII° secolo ad opera di un fisico svizzero di nome Nouffer che fece un preparato antielmintico, conosciuto col nome di Noufferiana.

La felce è un’erbacea acaule con un grosso rizoma di colore bruno-rossiccio, le foglie sono pennate divise in segmenti lanceolato-lineari. La pagina inferiore della foglia, da maggio a ottobre, si ricopre di sori che racchiudono gli sporangi con le spore.Pianta frequente dalla pianura alla zona montana, ai bordi delle strade e nei boschi, dove, ovviamente sono molto più rigogliose e lucenti.

Le mie ricognizioni hanno avuto luogo nei monti Cimini, Prenestini e Lepini.Anche se questa pianta si adatta a molte variazioni ambientali, in alcune zone delle sopracitate è più rada e meno rigogliosa (monti Prenestini); probabilmente la ragione principale è quella di discariche abusive. Leggi tutto »

Contributo al Convegno sui Frutti Dimenticati di Casola Valsenio

Perché i frutti dimenticati suscitano tanto interesse, quando se ne parla?
Mi riferisco alla gente comune, non a noi appassionati di piante e fiori, lo chiedo a voi perché l’ho chiesto a me stessa, riscuotendo un certo interesse generale alla notizia di questo Convegno romagnolo.
Senza considerare chi esprimeva il suo plauso positivo solo perché “va di moda” il Naturale, ho notato che persone di tutte le età esprimevano curiosità per questa iniziativa.
E’ che noi tutti facciamo parte delle nostre tradizioni e dell’ambiente dove viviamo e dove siamo vissuti.
Questo vale per tutti i popoli della terra: chi studia le scienze sociali o fa ricerche sul campo, lo può documentare più ampiamente; ma chi ha buon senso lo sa perché per istinto di conservazione ha già dentro di sé questa tendenza.
Chi non aspira a conservare la natura ha “perso la bussola”, dà valore a cose materiali in modo eccessivo e perdendo il gusto vero della vita, fa la guerra.
Ora più che mai stiamo constatando che il mondo è sull’orlo del precipizio e ci sembra di non poter fare nulla per arrestare questa follia di morte. Invece io credo che solo prendere parte ad un incontro di questo tipo sia già una piccola goccia per aiutare la pace, alla quale tutti dobbiamo aspirare.
Se alla fine del mio intervento qualcuno vorrà intervenire ne sarò lieta.
Le piante sono di tutti, come la terra e quando…<–more–>
…..quando? Gli uomini lo capiranno, smetteranno di fare la guerra.
I nostri frutti nelle TRADIZIONI POPOLARI e nella fitoterapia. Significato magico-religioso, simbolismo nel folklore e nell’arte.
M.Doretta Simoni

IL MELOGRANO Punica granatum Punicaceae o Mirtacee

 Tra i frutti più antichi voglio iniziare dal Melograno che unisce molte popolazioni del mondo essendo originario dell’Afganistan e della Persia e mi dà una sensazione di universalità sia nel suo uso che per le tradizioni che lo accompagnano. Cresce spontaneo dal sud del Caucaso fino al Punjab ed è diffuso in Estremo Oriente, oltre che nei paesi del Mediterraneo.

Miti
Albero sacro agli Egizi, già 4500 anni era simbolo di amicizia e concordia.
Secondo la mitologia greca, l’albero nasce dal sangue del dio Bacco, ucciso dai Titani e riportato in vita da Rea madre di Giove.
Proserpina, rapita da Plutone, quando si trova nell’Ade, si ciba dei chicchi di melagrana. (vedi quadro di Danta Gabriele Rossetti 1877).
Per i graci questa pianta era sacra a Giunone e a Venere e rappresentava la fecondità e l’amore.
Le spose romane usavano intrecciare tra i capelli rametti di melograno.
Nel Medioevo, il frutto diviene simbolo della resurrezione e spesso è raffigurato in mano a Gesù Bambino.(Sandro Botticelli -Madonna del Magnificat,1481-85, Firenze Uffizi)
Nell’arte copta l’albero di melograno raffigurava il simbolo della resurrezione.

Nella tradizione asiatica il frutto aperto rappresenta abbondanza e buon augurio e ha ispirato molte leggende. Ad esempio, in Vietnam la melagrana si apre in due e lascia uscire cento bambini, mentre le spose turche lanciano in terra un frutto in terra: avranno tanti figli quanto sono i chicchi caduti.
In Dalmazia lo sposo usa trasferire, dal giardino della sposa al suo,una pianta di Melograno.
E’ di origine indiana la credenza che il succo di questo frutto combatta la sterilità.

USI TRADIZIONALI E CENNI BOTANICI

Ricchissimo di vitamine e’ da millenni fonte di salvezza per i popoli degli aridi territori dell’Asia, considerato il re dei frutti anche per il suo particolare picciuolo a forma di corona.
“Punica granatum”* e’ il suo nome scientifico, albero della famiglia delle Mirtacee, il suo fusto che puo’ arrivare anche ai 5 metri d’altezza, e’ molto ramoso, contorto con una corteccia rosso-grigiastra e rami spinosi. Le foglie sono decidue, oblunghe, per lo piu’ opposte, rigide e lucide. I fiori scarlatti, sbocciano all’estremita’ dei rami, da maggio a luglio. Il frutto e’ una grossa bacca coriacea (balauste), tondeggiante di colore giallo-arancio, diviso al suo interno in 7-15 cavita’ nelle quali sono posti i semi, avvolti da una polpa acida e dolce, succosa e trasparente.
La maturazione dei frutti avviene in autunno; è coltivato spesso a scopo ornamentale nei giardini e sui terrazzi nelle regioni piu’ calde, i suoi frutti e i suoi fiori vengono usati per decorare le tavole e le pietanze. Eppure il melograno avrebbe tutti i motivi per meritarsi maggiore considerazione: i suoi frutti sono ricchi di vitamina A e B. Nell’antichita’ era tenuto in grande considerazione per le sue proprieta’ terapeutiche. Gia’ 4000 anni fa gli egizi conoscevano le proprieta’ vermifughe della radice del melograno. In Europa, all’inizio del XIX secolo la scorza di questa radice era molto usata nella lotta contro la tenia; infatti l’analisi moderna ha confermato la presenza di alcaloidi antielmintici, che sono molto efficaci contro le tenie. Recentemente e’ stato preso in considerazione il succo di melograno per i suoi benefici cardiovascolari. Il frutto contiene in abbondanza tannini che hanno proprieta’ astringenti. Oltre che vermifugo il melograno e’ rinfrescante diuretico e tonico. La corteccia del frutto, ricca di tannino e’ ancora usata in Africa del nord e in Oriente per conciare il cuoio. Con la buccia essiccata si ottiene un ottimo colorante: un caratteristico giallo tendente al verde che e’ stato ritrovato perfino in alcune tombe egizie. In presenza di ferro essa da’ una tinta nera adatta per farne inchiostro, anche i fiori possono servire per preparare un inchiostro rosso. Il frutto oltre a essere un insolito dessert, e’ il protagonista di golose gelatine, bevande dissetanti, granite, marmellate. Il succo di melagrana e’ adoperato in cucina nella preparazione dei dolci ma anche della carne

*Questo nome risale ai Romani che lo importarono da Cartagine, dove era stato, in precedenza portato dai Fenici di ritorno dall’oriente.
Granata, una delle più belle città spagnole prende il nome da questo frutto che raffigurato nel suo stemma.

SCHEDA BOTANICA
Melograno
Punica granatum L.
Famiglia: Punicaceae o Mirtacee
Origini:
bacino mediterraneo orientale e dell’Asia occidentale
Distribuzione:
E’ specie propria del bacino mediterraneo orientale e dell’Asia occidentale, con areale molto frazionato. In Italia è stato introdotto con la coltivazione, ma spesso si trova naturalizzato.
Habitat:
Coltivato e inselva-tichito presso i giardini
Limiti altitudinali:
0-800 m.
Descrizione:
Piccolo albero spinoso o arbusto, a foglie caduche, molto ramificato, a tronco spesso contorto e fessurato in età adulta, con corteccia giallastra.
Foglie per lo più opposte, brevemente picciolate, a lamina lanceolata, intera ai margini, glabra, lucida e un po’ rigida, penninervia.
Fiori ermafroditi soli-tari o in gruppi di 2-3; sessili; calice tubuloso, carnoso, con 5-9 denti di colore rosso-coral-lino; corolla con 5-8 petali rosso scarlatti; stami numerosi (circa 20) con antere giallo-dorate; ovario infero con 1 stilo e stigma a capocchia.
Il frutto è una grossa bacca globosa e coriacea, coronata dai residui persistenti del calice, contenente moltissimi semi protetti da una polpa di colore roseo o rosso, translucida e di sapore acidulo.
Epoca di fioritura: Estate.
Usi:
Il legno, duro, si utilizza per piccoli lavori.
La corteccia del frutto, ricca di tannino, è ancora usata in Africa del nord per conciare il cuoio, che colora di giallastro. In presenza di ferro essa dà una tinta nera adatta per farne inchiostro. Anche i fiori possono servire per fare inchiostro rosso.
In Spagna col succo fresco e lo zucchero si prepara la “granatina”.
Il legno, duro, si utilizza per piccoli lavori.

Fitoterapia
Usi tradizionali
La buccia di M. seccata, bruciata e polverizzata, applicata sulle scottature, era ritenuta rimedio assai efficace (ripi, Ciociaria)
Il decotto di scorza, freddato, si poneva sulle gengive in caso di odontalgia, senza berlo perché leggermente tossico; con la scorza, posta in acqua bollente si preparavano fumenti utili per liberare il naso e le prime vie respiratorie.
Contro gli ossiuri dei bambini si usava l’infuso molto leggero della scorza (che presenta, come abbiamo detto una certa tossicità).
Il decotto di foglie e il succo dei frutti erano usati come antidiarroico.
In caso di irritazioni vaginali, si usava fare lavande con l’infuso dei fiori.
Cosmetica
Il succo dei frutti veniva usato come belletto casalingo fino al secolo scorso.
Il succo dei frutti può essere un ottimo tonico per la pelle del viso e combatte anche la couperose. Con esso si può preparare un ottima crema per il viso data la sua ricchezza di vitamine.
– Ultimi studi –
Molto utile per la salute secondo quanto ha appurato una ricerca fatta da due scienziati israeliani.
Michael Aviram, biochimico al Lipid Research Laboratory del Medical center Rambam di Haifa, ha scoperto che questo frutto ha delle proprietà terapeutiche, e anche antitumorali, perché è ricco di flavonoidi, antiossidanti che proteggono il cuore e le arterie.
Anche l’altro scienziato, Ephraim Lansky, del Technion Israel Institute of Iechnology di Haifa, è giunto alle medesime conclusioni.
Entrambi gli scienziati hanno scoperto che il succo di melograno è addirittura tossico nei confronti delle cellule cancerose. È adatto per la prevenzione del cancro al seno
CREDENZE Popolari
A Roma, nella notte di S. Giovanni, coloro che non potevano andare a fare “schiamazzi” al Laterano, si chiudevano in casa spruzzando acqua santa sulla porta e ponendovi dietro un frutto ed un vaso pieno di sale.
Secondo la magia della “conta”, le streghe avrebbero dovuto contare i semi del Melograno e di sale, prima di entrare, perdendo così tanto tempo d’arrivare all’alba, ora in cui se ne dovevano andare.
Usi Culinari- Uno dei piatti caratteristici del l’autunno vicentino è la tacchina al melograno (‘paeta al malgaragno’), cotta arrosto e irrorata col fondo di cottura corroborato dal succo zuccherino.

GIUGGIOLO Zizyphus lotus-Z.sativa-Z.jujuba Ramnacee

Il Giuggiolo è il nome comune di alcune specie di Zizyphus dai frutti commestibili che fanno parte della famiglia delle Ramnacee (Zizyphus lotus-Z.sativa-Z.jujuba) (1)
Al pari del melograno il giuggiolo è un alberello o più spesso un arbusto; lo si riconosce senza incertezza per i rami che si sviluppano a zigzag e per le foglie contrapposte che li adornano. Il suo duro legno è particolarmente apprezzato per lavori di scultura ed ebanisteria. I suoi rami contorti e spinosi lo rendono adatto ai giardini,ai quali conferisce una nota orientaleggiante. Ama stare in compagnia del pesco e del mandorlo.
I frutti sono delle drupe ovoidali, le sue dimensioni sono piu’ o meno quelle di un’oliva di un colore che, inizialmente verde, a maturazione diventa rossobruno, dalla buccia i lucida.
Anche il giuggiolo è di origine mediorientale e ciò spiega la sua resistenza tanto al caldo e alla siccità quanto agli inverni rigidi.
Le giuggiole (‘dùdole’ ‘sùsube” ‘zìzole’, gensole) maturano nel primo autunno e si consumano sia fresche che leggermente avvizzite (ma vengono anche fatte seccare).
La polpa bianco-verdognola della giuggiola e’ farinosa, con un sapore dolce-acidulo. Se si ha la pazienza di raccoglierla quando e’ ben matura diventa molto dolce.
(1)- Ziziphus sativa, arbusto alto da 2 a 8 m., dai fiori gialli con foglie ovato – oblunghe provviste di stipole spinose, è originario dell’Europa del nord e dell’Africa e viene coltivato nel bacino mediterraneo per i suoi frutti (drupe) piccoli, simili a olive , verdi e poi rossi a maturità, con polpa biancastra, zuccherina, lievemente lassativo.
Ziziphus lotus (giuggiolo selvatico) originario dell’Africa del nord è più piccolo.
Ziziphus jujuba è comune in Cina e in India.

SCHEDA BOTANICA

Caratteristiche: Albero con foglie decidue. Altezza: fino a m. 10. Fiori ermafroditi. Impollinazione: tramite insetti. Foglie indivise. Fiori regolari. Calice gamosepalo. Stami opposti ai petali. Stilo 1.
Presente nelle seguenti regioni: Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia

Cresce alle seguenti altitudini (min-max): m. 0-600
Habitat: Luoghi a mezz’ombra; boschi; siepi.
Periodo di fioritura: GIU-LUG
Area di origine: –
Proprietà medicinali: Pianta espettorante; refrigerante; astringente; emolliente; stomachica; antidoto; diuretica; ipnotica; narcotica; pettorale; impiastro; sedativa; calmante il dolore; anticancro; tonica.
Utilizzi alimentari: foglie; frutti.
Dalla pianta si ricavano i seguenti prodotti: Carbone; combustibili; legname.
Note: Pianta legnosa, cespitosa
NOTA
Genere delle Rhamnaceae.
Comprende le seguenti specie: Ziziphus apetala; Ziziphus celata; Ziziphus floribunda; Ziziphus funiculosa; Ziziphus glabra; Ziziphus horrida; Ziziphus joazeiro; Ziziphus jujuba (Albero con foglie decidue. Altezza: fino a m. 10. Fiori ermafroditi.) giuggiolo comune jujube; Ziziphus lotus (Pianta legnosa, cespitosa) giuggiolo selvatico; Ziziphus mauritiana; Ziziphus mexicana; Ziziphus mistol; Ziziphus mucronata; Ziziphus nummularia; Ziziphus obtusifolia (Arbusto) lotebush; Ziziphus oenoplia; Ziziphus oxyphylla; Ziziphus parryi (Arbusto) parry’s jujube, California abrojo; Ziziphus rotundifolia; Ziziphus rugosa; Ziziphus sativa; Ziziphus spina-christi; Ziziphus spinosa; Ziziphus talanai; Ziziphus trinervia; Ziziphus vulgaris; Ziziphus xylopyrus; Ziziphus zizyphus
Fitoterapia
Il decotto dei frutti si usava in caso di ritenzione urinaria.
Col decotto dei frutti si facevano sciacqui, gargarismi, lavaggi e compresse per pelle e mucose infiammate.
I frutti maturi e la loro marmellata sono espettoranti ed emollienti, utili in caso di tosse. I frutti sotto spirito hanno proprietà digestive (assunti con moderazione!).
Per riassumere la giuggiola ha azione bechica, emolliente, fluidificante e leggermente sedativa.
Possiede un alto concentrato di Vit. C. secondo solo al Guava (Fejoa Selloviana) molto più alto del limone. Contiene dal 20 al 30% di glucosio e saccarosio, sostanze resinose e mucillaginose, malato di potassio e di magnesio (nei frutti maturi) fino al 25% di proteine e il 12% di carboidrati.

Preparati fitoterapici attuali

Zyziphus gemme (Gemmoderivati)
In caso di distonie neurovegetative, nevrosi d’angoscia, spasmi muscolari, insonnia, sonno disturbato.

Ziziphus jujuba (Estratto fluido) indicato nelle turbe della concentrazione e nella diminuzione della memoria, insonnia, nevrastenia

In cosmetica si possono preparare oli o creme per il viso con effetti anticouperose e protettivi (Vit.C., mucillagini,resine, magnesio…) in sinergia con mela cotogna e o.e. di agrumi.
L’infuso di fiori o di frutti è un ottimo tonico per il viso.

Altri usi e preparazioni alimentari
Questi frutti vengono consumati in vari modi: canditi, seccati, in salamoia, come succo, o come burro di Ber. In Malawi si distillano i frutti seccati per ottenere una bevanda alcolica molto forte.

Miti e leggende
Ulisse e i suoi uomini furono portati fuori rotta da una tempesta, che durò nove giorni e notti. Furono trascinati dai venti, all’isola dei Lotofagi (l’Isola di Djerba), nel Nord dell’Africa. Alcuni dei suoi uomini, una volta sbarcati per esplorare l’isola, si lasciarono tentare dalle piante di loto. Il frutto magico fece loro dimenticare mogli, famiglie e la nostalgia di casa. Ulisse dovette trascinarli a bordo per riprendere il viaggio verso Itaca.
E’ probabile che il loto di cui parla Omero (Libro IX – Odissea) sia proprio lo Zizyphus lotus, un giuggiolo selvatico, e che l’incantesimo dei Lotofagi non fosse provocato da narcotici, ma soltanto dalla bevanda alcolica che si può preparare coi frutti del giuggiolo. Una specie affine, lo Zizypus spinachristi, è ritenuto dalla leggenda una delle due piante che sono servite a preparare la corona di spine di Gesù. L’altra è il Paliurus spinachristi.
Pare che per gli antichi Romani, il giuggiolo fosse il simbolo del silenzio e come tale adornasse i templi della dea Prudenza.
In Romagna in molte case coloniche era coltivato adiacente alla casa nella zona più riparata ed esposta al sole. Si riteneva che fosse una pianta portafortuna.

CURIOSITA’

“Andare in brodo di giuggiole” è una combinazione di parole usata esclusivamente nel significato figurato di “ uscire quasi da sé dalla contentezza”
Il brodo di giuggiole nasce, forse, sul lago di Garda nella residenza estiva dei Gonzaga. Si consumava tradizionalmente per accompagnare le torte o i biscotti secchi che erano inzuppati nel liquido oppure, per il suo gusto particolare, centellinato in bicchierini come un liquore. Ancora oggi la pianta del giuggiolo è tipica del lago di Garda e di Maderno in particolare.
Quali gli ingredienti del brodo speciale? Giuggiole passite, mele cotogne, scorza di limone, uva bianca. Le giuggiole erano cotte in acqua unitamente alle mele cotogne, all’uva e alla scorza di limone. Si lasciavano bollire fino ad ottenere uno sciroppo né troppo liquido né troppo denso. Si chiudeva in bottiglie o barattoli e si conservava al buio, in luogo fresco. (Giusi Morbini)
ORIGINI ETIMOLOGICHE DEL FAMOSO PROVERBIO
In realtà,“Andare in brodo di giuggiole”, dunque, è una combinazione di parole usata esclusivamente nel significato figurato di “andare in solluchero, uscire quasi di sé dalla contentezza” ed è frutto di un’alterazione dell’originaria andare in brodo (o broda) di succiole: in questo passaggio le giuggiole, cioè i frutti del giuggiolo, impiegati, fra l’altro, sia in medicina, per decotti contro la tosse, sia in cucina, per marmellate e confetture, hanno preso il posto delle succiole, ovvero delle castagne lessate con la buccia. L’uso di questa espressione originaria, di provenienza toscana, è già ammesso nella prima impressione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, (1612), dove, per l’appunto, è menzionata due volte: alla voce succiare, con un esempio tratto dal Morgante di Luigi Pulci (“Da SUCCIARE SUCCIOLA, che è castagna cotta nell’acqua con la sua scorza. Morg. Per dare al Saracino altro, che succiole.”) e alla voce castagna (“CASTAGNA. frutta nota. Lat. castanea, Gr. k?stana. Boc. n. 72. 16. Entro col mosto, e con le castagne calde si rappattumò con lui. Qui intende delle cotte arrosto, o lesse: Le quali, arrosto, chiamiam BRUCIATE, e lesse, SUCCIOLE, dal succiarle, che si fa, in mangiandole. Abbiam da essa un proverbio, il quale allude all’ipocrisía, e al bene infinto. Come la castagna, di fuora è bella, e dentro ha la magagna. Lat. intus Hecuba, foris Helena”).
Lo stato di contentezza al quale andare in brodo di giuggiole e andare in brodo (o broda) di succiole fanno riferimento sembra, in definitiva, doversi collegare alla bontà dei frutti menzionati. Prendendo, poi, spunto dalla diversità delle preparazioni nelle quali vengono impiegate le giuggiole e le succiole, Pietro Fanfani e Costantino Arlia hanno esposto, nel Lessico dell’infima e corrotta italianità (1881), dettagliate precisazioni sul corretto uso delle espressioni in cui esse sono menzionate

“Dicono Andare in broda di giuggiole per Godere di molto di chicchessia, Averne somma compiacenza, Sdilinquire dal piacere, ma dicono male; rettamente s’ha a dire Andare o Andarsene in broda di succiole, che è l’antico modo Andare in brodetto o in guazzetto, perché le giuggiole non si lessano, come le castagne o marroni sbucciati, che si dicono succiole, o più comunemente ballotte; e se le si cuociono, se ne fa con altri ingredienti una scottatura per la tosse, non si fa una broda”

NESPOLO MESPILUS germanica L. Rosacee

È una specie originaria dell’Europa sud-orientale, diffusasi poi in tutto il continente e coltivata per i frutti di facile conservazione fino a inverno inoltrato.
Questa pianta cresce in maniera contorta e molto lentamente. E’ formata da foglie ovali, piuttosto grandi, con una particolare seghettatura in prossimita’ della punta.
Il frutto, che ha le dimensioni di una noce, ha la forma di una pallina ed un colore bruno simile alla ruggine. La polpa e’ carnosa, dal sapore piacevolmente acidulo.
Arriva a maturazione ad ottobre proprio mentre la pianta sta perdendo le foglie.
Le nespole non vanno mangiate subito, sarebbero sgradevoli. Bisogna avere la pazienza di aspettare uno o due mesi, quando la buccia avra’ assunto un colore scuro: è a quel punto che la polpa sara’ diventata tenera e gustosa e prenderà il sapore di una confettura dolce e vinosa.
Il clima piu’ adatto a questa pianta e’ quello delle Alpi e degli Appennini, ma, come vedete, la si puo’ trovare anche in pianura.
Il Nespolo selvatico ha pochi frutti,che non raggiungono la grossezza di quelli coltivati, ma non è meno saporito, dopo averlo tenuto un mese nella paglia.
Nespolo comune – Il frutto necessita di ammezzimento, ma può divenire edule se lasciato sulla pianta fino ai primi geli.

Fitoterapia e usi alimentari

Nell’antichità era il più popolare dei frutti astringenti, assieme al cotogno, suo cugino botanico.
“lo si impiega all’interno ancor verde, nei flussi di ventre, la dissenteria, i vomiti, la nausea e in tutti i casi in cui le fibre rilasciate hanno bisogno di essere ristrette”. Così scriveva Nicolas Alexander, benedettino, nel 1751.
Henry Leclerc formulò uno sciroppo di nespolo efficace nelle diarree infantili.
La decozione delle foglie e dei frutti è utile come gargarismo nei mal di gola.
La tradizione popolare conosceva l’impiego antidolorifico, in caso di mal di stomaco, dei frutti secchi polverizzati.
Il decotto dei frutti freschi, non ancora maturi, era somministrato nelle affezioni epatiche.

Uso Esterno essendo ricco di acidi organici e tannini, una maschera per il viso con la polpa di nespola, mischiata ad 1 cucchiaino di miele, è certamente assai efficace per distendere la pelle del viso.

NOTE BILIOGRAFICHE

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