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The Wollemi Pine – a very rare discovery

‘Dinosaur tree’ or ‘living fossil’, the Wollemi Pine is certainly one of the greatest botanical discoveries of our time.

In September 1994 David Noble, an officer with the NSW National Parks & Wildlife Service, discovered some trees he didn’t quite recognise. In a deep, narrow canyon of the rugged Wollemi National Park, he discovered what we now call Wollemia nobilis or the Wollemi Pine.

The dramatic discovery of an evolutionary line thought to be long extinct is even more remarkable with these tall and striking trees growing only 150 km from Sydney, the largest city in Australia. They were found in the extremely rugged Wollemi National Park, a largely undisturbed wilderness area.

It’s rare, it’s endangered, it’s strange looking, and at first we didn’t know all that much about it. Now we know a lot more – click on a topic of interest at the left to find out more.

The worldwide demand for this plant has been enormous. Research into the horticultural development of the Wollemi Pine is being conducted at Mount Annan Botanic Garden.

Propagation and marketing of Wollemi Pines for sale worldwide is being done by our commercial partners, Wollemi Australia, see Growing it. Plants were available from Botanic Garden Shops at the Royal Botanic Garden, Sydney, the Australian Botanic Garden, Mount Annan and the Blue Mountains Botanic Garden, Mount Tomah and selected nurseries in Australia from 1 April 2006.

If you wish to obtain photographs of the Wollemi Pine for commercial purposes please contact Wildlight Photo Agency, Phone 61 2 9698 8077, Fax 61 2 9698 2067.

pino

La Zelkova, una pianta venuta dal passato
(di Manuel Zafarana)

Certamente molti avranno visto il film “Jurassic Park”, storia fantascientifica di come, tramite manipolazioni genetiche e tecniche all’avanguardia, gli scienziati riportano in vita i dinosauri dopo milioni di anni dalla loro estinzione. In realtà, dei grandi rettili sono rimasti solo fossili, ma incredibilmente alcune piante sono invece tornate dalla preistoria. Senza esperimenti, ma con un pò di fortuna e passione, due botanici siciliani, Garfi e Di Pasquale, insieme al prof. Quezel dell’Università di Marsiglia hanno scoperto un nuovo endemismo siculo: la Zelkova sicula. Questa era diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, fino a quando periodi di siccità alternati a continue glaciazioni, non ne determinarono l’estinzione. Gli unici esemplari di Zelkova conosciuti erano stati trovati come fossili, datati a circa 31.000 anni fa. Si trattava, dunque, di una pianta considerata scomparsa, ma l’estinzione era solo apparente: infatti, una ristretta popolazione di 200-250 esemplari è sopravvissuta nel bosco Pisano, a pochi km dal centro abitato di Buccheri (SR) e aveva continuato la sua vita millenaria senza che nessuno la notasse fino al 1991, quando si scoprì che alcuni arbusti non erano olmi pascolati, bensì una nuova specie appartenente alla famiglia delle Ulmanacee. La pianta si presenta come un alberello che non supera i 2-3 metri d’altezza, con foglie molto piccole, scarsamente lobate, coriacee e pelose che perde in inverno. Caratteristico è l’ambiente nel quale la popolazione si è adattata: grandi massi basaltici posti su un dirupo, favoriscono la formazione di pozze d’acqua che, oltre a rendere suggestivo il paesaggio, offrono un importante risorsa idrica per la specie. Oggi la pianta è nella Red List della IUCN (the World Conservation Union) ed è inserita nella categoria “Critically Endangered” (gravemente minacciata). Legambiente e l’Istituto di Genetica Vegetale del CNR di Palermo, hanno realizzato un piano di recupero della popolazione rimasta. L’area è stata proposta SIC (Sito di Importanza Comunitaria), ma ciò non basta, infatti, per porre le basi per il recupero della Zelkova sicula, occorre un impegno della Regione Sicilia affinché venga istituita una riserva naturale e vengano attuate alcune azioni precise: censimento della popolazione attuale e miglioramento della condizione di conservazione. A mio parere, efficaci campagne di educazione e di sensibilizzazione promosse dall’Ente regionale, di concerto con l’iniziativa Countdown 2010 il cui obiettivo è arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010, permetteranno di salvare questo fossile vivente dall’estinzione, e magari un giorno di farla divenire una pianta comune nei nostri giardini, ritornando a ripopolare la terra dopo milioni di anni.

Ritengo molto interessante questo articolo su una rara piante in via di estinzione e lo segnalo per i nostri lettori. Doretta Simoni

pinomugo_fio.jpg        Famiglia: Pinaceae

Colore: verde, giallo-verde.In Italia: Alpi occidentali, Appennino PiemonteseNel mondo: Alpi centro-occidentali, Pirenei Diffusione rara Proprietà: anticatarrale, antiputrida, balsamica. Il Pino Mugo, a differenza degli altri, si presenta sotto forma arbustiva contorta e bassa, tanto che la raccolta dei suoi germogli si effettua con una certa facilità che permette di scegliere la parti migliori e di non rovinare la pianta. Il Mugo è diffuso in un areale piuttosto limitato comprendendo le Alpi Orientali, Centrali ed i Carpazi. La sua altezza non supera i 3-4 metri ed il portamento spesso è prostrato. Il termine italiano deriva dalla lingua latina pinus che, a sua volta, deriva dal greco pitus, termine usato da Teofrasto riferendosi al Pino selvatico. Pitus era un’amante del dio Pan, la stessa divinità mitologica che Ovidio ci descrive mentre si cinge la chioma con ramoscelli di pino. Molti altri autori dell’antichità quali Virgilio, Orazio, Properzio, hanno citato le varie specie di queste piante aghiformi che producevano resine aromatiche e che venivano usate soprattutto per produrre la pece. Ippocrate e Dioscoride ne lodavano le loro proprietà e ne consigliavano il loro impiego per curare le infiammazioni dell’apparato respiratorio.D’allora sono trascorsi molti secoli e anche le terapie moderne non si discostano da quelle antiche e l’azione balsamica e anticatarrale dei preparati a base di pino sono attualmente in uso. Ma la conoscenza scientifica ha allargato gli orizzonti anche in questo campo scoprendo che l’estrazione di alcune sostanze medicamentose sono più concentrate in una specie piuttosto che in un’altra.L’olio essenziale di pino è impiegato sia in Aromaterapia che in preparati cosmetici di alta qualità ed efficacia. La specie Mugo, come abbiamo visto, è la più rara, ma per fortuna è anche ricchissima di resina perché vive in quote montane più alte perciò più esposte ai raggi caldi del sole che stimola la pianta a secernere maggiore quantità di resina e migliore qualità. Questo spiega l’uso popolare della raccolta delle sue gemme da parte degli abitanti delle montagne che da secoli preparano sciroppi di raccogliendo le gemme, coprendole di zucchero o miele e lasciandole macerare al sole fino a che si formi un liquido ambrato che, opportunamente filtrato e imbottigliato, diventa lo sciroppo per l’inverno rigido di quelle contrade.Le migliori essenze di pino sono quelle provenienti dalla Russia nordorientale e dal Tirolo austriaco che, per l’appunto, è quella di  Pino Mugo. Il suo uso è utile sia per via interna che per via esterna.Via interna: Apparato digerente-escretorio: calcoli alla vescica, cistiti, disturbi renali Apparato respiratorio: tutte le affezioni delle vie respiratorie come bronchiti, asma, influenza. Sistema nervoso: debilitazione generale. Testa: sinusiti.Via esterna: antisettico, riequilibrante dello strato epiteliale in saponi, bagni-schiuma, detergenti, dopobarba, lozioni per il corpo, creme ecc.Bisogna tenere presente che, come tutti gli oli essenziali, l’uso esterno ha effetto anche per i problemi interni del nostro corpo (se lo massaggiamo con lozioni o creme al pino tutti gli organi ne trarranno vantaggio). Il pino mugo, in Aromaterapia, è un olio di tono medio cioè agisce sulla maggior parte degli apparati corporei e sul metabolismo generale.

  
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