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The Wollemi Pine – a very rare discovery

‘Dinosaur tree’ or ‘living fossil’, the Wollemi Pine is certainly one of the greatest botanical discoveries of our time.

In September 1994 David Noble, an officer with the NSW National Parks & Wildlife Service, discovered some trees he didn’t quite recognise. In a deep, narrow canyon of the rugged Wollemi National Park, he discovered what we now call Wollemia nobilis or the Wollemi Pine.

The dramatic discovery of an evolutionary line thought to be long extinct is even more remarkable with these tall and striking trees growing only 150 km from Sydney, the largest city in Australia. They were found in the extremely rugged Wollemi National Park, a largely undisturbed wilderness area.

It’s rare, it’s endangered, it’s strange looking, and at first we didn’t know all that much about it. Now we know a lot more – click on a topic of interest at the left to find out more.

The worldwide demand for this plant has been enormous. Research into the horticultural development of the Wollemi Pine is being conducted at Mount Annan Botanic Garden.

Propagation and marketing of Wollemi Pines for sale worldwide is being done by our commercial partners, Wollemi Australia, see Growing it. Plants were available from Botanic Garden Shops at the Royal Botanic Garden, Sydney, the Australian Botanic Garden, Mount Annan and the Blue Mountains Botanic Garden, Mount Tomah and selected nurseries in Australia from 1 April 2006.

If you wish to obtain photographs of the Wollemi Pine for commercial purposes please contact Wildlight Photo Agency, Phone 61 2 9698 8077, Fax 61 2 9698 2067.

pino

La Zelkova, una pianta venuta dal passato
(di Manuel Zafarana)

Certamente molti avranno visto il film “Jurassic Park”, storia fantascientifica di come, tramite manipolazioni genetiche e tecniche all’avanguardia, gli scienziati riportano in vita i dinosauri dopo milioni di anni dalla loro estinzione. In realtà, dei grandi rettili sono rimasti solo fossili, ma incredibilmente alcune piante sono invece tornate dalla preistoria. Senza esperimenti, ma con un pò di fortuna e passione, due botanici siciliani, Garfi e Di Pasquale, insieme al prof. Quezel dell’Università di Marsiglia hanno scoperto un nuovo endemismo siculo: la Zelkova sicula. Questa era diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, fino a quando periodi di siccità alternati a continue glaciazioni, non ne determinarono l’estinzione. Gli unici esemplari di Zelkova conosciuti erano stati trovati come fossili, datati a circa 31.000 anni fa. Si trattava, dunque, di una pianta considerata scomparsa, ma l’estinzione era solo apparente: infatti, una ristretta popolazione di 200-250 esemplari è sopravvissuta nel bosco Pisano, a pochi km dal centro abitato di Buccheri (SR) e aveva continuato la sua vita millenaria senza che nessuno la notasse fino al 1991, quando si scoprì che alcuni arbusti non erano olmi pascolati, bensì una nuova specie appartenente alla famiglia delle Ulmanacee. La pianta si presenta come un alberello che non supera i 2-3 metri d’altezza, con foglie molto piccole, scarsamente lobate, coriacee e pelose che perde in inverno. Caratteristico è l’ambiente nel quale la popolazione si è adattata: grandi massi basaltici posti su un dirupo, favoriscono la formazione di pozze d’acqua che, oltre a rendere suggestivo il paesaggio, offrono un importante risorsa idrica per la specie. Oggi la pianta è nella Red List della IUCN (the World Conservation Union) ed è inserita nella categoria “Critically Endangered” (gravemente minacciata). Legambiente e l’Istituto di Genetica Vegetale del CNR di Palermo, hanno realizzato un piano di recupero della popolazione rimasta. L’area è stata proposta SIC (Sito di Importanza Comunitaria), ma ciò non basta, infatti, per porre le basi per il recupero della Zelkova sicula, occorre un impegno della Regione Sicilia affinché venga istituita una riserva naturale e vengano attuate alcune azioni precise: censimento della popolazione attuale e miglioramento della condizione di conservazione. A mio parere, efficaci campagne di educazione e di sensibilizzazione promosse dall’Ente regionale, di concerto con l’iniziativa Countdown 2010 il cui obiettivo è arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010, permetteranno di salvare questo fossile vivente dall’estinzione, e magari un giorno di farla divenire una pianta comune nei nostri giardini, ritornando a ripopolare la terra dopo milioni di anni.

Ritengo molto interessante questo articolo su una rara piante in via di estinzione e lo segnalo per i nostri lettori. Doretta Simoni

Natura in pericolo

Biodiversità – In Puglia 200 specie a rischio

Sono circa 500 gli endemismi e le risorse genetiche vegetali italiane e balcaniche minacciate, che non possono andare perse. In Albania sono quasi 300 le specie in pericolo. Un progetto a difesa dell’ambiente mediterraneo

Sono quasi 200 le specie a grave rischio estinzione in Puglia. Continua senza sosta l’azione aggressiva dell’uomo che mina non solo i fragili equilibri ecosistemici ma ne sta determinando una lenta ed inesorabile perdita della ricca flora endemica che è peculiarità e ricchezza della nostra terra. Non è solo la Puglia che rischia l’impoverimento. Anche la vicina Albania, fino a poco tempo fa ricca e prospera terra per le specie tipiche del bacino del Mediterraneo, è alle prese con il rischio estinzione addirittura per quasi 300 specie.

Sullo scoglio detto Mogliuso fiorisce un singolare giaggiolo selvatico scuro, profumato, descritto pochi anni or sono come forma endemica (Iris revoluta) e meritevole quindi di assoluta protezione.
Sideritias cardicus è il fragile e nobile tè di montagna che cresce solo sulle montagne albanesi.
Cos’hanno in comune? Il rischio estinzione.
Per conservare la biodiversità vegetale non solo in Puglia ma in tutto il bacino mediterraneo, l’Unione europea ha finanziato un progetto nell’ambito del programma di iniziativa comunitaria «Interreg III A 2000-2006 Italia – Albania» denominato Ceratonia.

«Il progetto Ceratonia (nome latino del Carrubo) – come sottolinea il coordinatore scientifico del progetto il prof. Francesco Losurdo, ordinario di Economia Applicata Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Bari – mira a preservare le piante più rare. Un enorme patrimonio che potrebbe andare presto perso se non si interviene in maniera rapida e sinergica. Due anni di raccolta, catalogazione, conservazione, restauro, salvaguardia e valorizzazione di risorse genetiche di specie endemiche e/o germoplasma agrario. Sono circa 500 gli endemismi e le risorse genetiche vegetali italiane e balcaniche “minacciate”, che non possono andare perse». «Adesso – conclude il coordinatore scientifico del progetto – l’obiettivo è costituire un Organismo Intergovernativo con sede a Tirana e di continuare sulla strada intrapresa al fine di restituire alle comunità mediterranee l’antico splendore dei nostri ecosistemi».
«Delle 500 specie rare prese in esame – ha proseguito la prof.ssa Liri Dinga docente dell’Orto botanico dell’Università di Tirana – circa 300 crescono in Albania e per la loro conservazione “ex situ” abbiamo previsto sia la coltivazione da piante vive sia quella in vitro con il seme. I primi risultati stanno arrivando, penso che il futuro sia nella sensibilizzazione della gente».

Lo stato di avanzamento del progetto Ceratonia, organizzato dalla Comunità delle Università Mediterranee (Cum) è stato discusso insieme ad alcuni tra i maggiori esperti di germoplasma e biodiversità provenienti da Italia, Albania, Bosnia, Croazia e Serbia.
Capofila del progetto Ceratonia è la Comunità delle Università Mediterranee (Cum), e ha come partner: l’Università di Lecce, Disteba; l’Università di Bari, Dipartimento di Biologia e Chimica Agroforestale ed Ambientale Dibca, Sezione di Genetica e Miglioramento Genetico; l’Istituto Agronomico Mediterraneo (Iamb); Il ministero dell’Ambiente, Direzione Protezione della Natura (Albania); l’Università di Tirana, Orto Botanico (Albania); l’Istituto di Ricerca Biologica, Accademia delle Scienze (Albania).

 CLITORIA TERNATEA ALBA

benvenuta-palombi-semplice.jpg   Questa pianta conosciuta da Dioscoride e Galeno, nonchè dalla Scuola Salernitana, citata ampiamente dal Mattioli, come medicamento fitoterapico, è in disuso. Mentre nella tradizione popolare (zona di Anzio), l’infuso delle sue foglie veniva assunto come diuretico e il decotto, 2 o 3 tazzine al giorno, era usato come antiinfiammatorio epatico. A Marino (RM), il decotto di rizoma o foglie è usato come antitosse. In Toscana fa parte delle felci che curano le scottature.Probabilmente l’abbandono di questo tipo di medicamento si deve anche alla scomparsa della pianta in varie  zone della nostra penisola. E’ ancora molto rigogliosa sui monti Cimini, intorno al lago di Vico, nel Lazio, dove la zona è controllata e protetta da anni dal WWF. In questa zona, che io frequento da circa trent’anni, si nota la differenza di sviluppo e rigoglio e la varietà delle piante e dei funghi, dei muschi e dei licheni oltre che degli animali e degli uccelli. In questi boschi la Scolopendra, chiamata anche lingua di cane e lingua cervina, abbellisce il sottobosco, si potrebbe dire che ha una bellezza provocante!Il suo nome deriva dalla disposizione dei sori che li fanno assomogliare alle zampe dell’animale omonimo.E’ detta anche lingua cervina  o lingua di cane per il portamento delle foglie. 

pinomugo_fio.jpg        Famiglia: Pinaceae

Colore: verde, giallo-verde.In Italia: Alpi occidentali, Appennino PiemonteseNel mondo: Alpi centro-occidentali, Pirenei Diffusione rara Proprietà: anticatarrale, antiputrida, balsamica. Il Pino Mugo, a differenza degli altri, si presenta sotto forma arbustiva contorta e bassa, tanto che la raccolta dei suoi germogli si effettua con una certa facilità che permette di scegliere la parti migliori e di non rovinare la pianta. Il Mugo è diffuso in un areale piuttosto limitato comprendendo le Alpi Orientali, Centrali ed i Carpazi. La sua altezza non supera i 3-4 metri ed il portamento spesso è prostrato. Il termine italiano deriva dalla lingua latina pinus che, a sua volta, deriva dal greco pitus, termine usato da Teofrasto riferendosi al Pino selvatico. Pitus era un’amante del dio Pan, la stessa divinità mitologica che Ovidio ci descrive mentre si cinge la chioma con ramoscelli di pino. Molti altri autori dell’antichità quali Virgilio, Orazio, Properzio, hanno citato le varie specie di queste piante aghiformi che producevano resine aromatiche e che venivano usate soprattutto per produrre la pece. Ippocrate e Dioscoride ne lodavano le loro proprietà e ne consigliavano il loro impiego per curare le infiammazioni dell’apparato respiratorio.D’allora sono trascorsi molti secoli e anche le terapie moderne non si discostano da quelle antiche e l’azione balsamica e anticatarrale dei preparati a base di pino sono attualmente in uso. Ma la conoscenza scientifica ha allargato gli orizzonti anche in questo campo scoprendo che l’estrazione di alcune sostanze medicamentose sono più concentrate in una specie piuttosto che in un’altra.L’olio essenziale di pino è impiegato sia in Aromaterapia che in preparati cosmetici di alta qualità ed efficacia. La specie Mugo, come abbiamo visto, è la più rara, ma per fortuna è anche ricchissima di resina perché vive in quote montane più alte perciò più esposte ai raggi caldi del sole che stimola la pianta a secernere maggiore quantità di resina e migliore qualità. Questo spiega l’uso popolare della raccolta delle sue gemme da parte degli abitanti delle montagne che da secoli preparano sciroppi di raccogliendo le gemme, coprendole di zucchero o miele e lasciandole macerare al sole fino a che si formi un liquido ambrato che, opportunamente filtrato e imbottigliato, diventa lo sciroppo per l’inverno rigido di quelle contrade.Le migliori essenze di pino sono quelle provenienti dalla Russia nordorientale e dal Tirolo austriaco che, per l’appunto, è quella di  Pino Mugo. Il suo uso è utile sia per via interna che per via esterna.Via interna: Apparato digerente-escretorio: calcoli alla vescica, cistiti, disturbi renali Apparato respiratorio: tutte le affezioni delle vie respiratorie come bronchiti, asma, influenza. Sistema nervoso: debilitazione generale. Testa: sinusiti.Via esterna: antisettico, riequilibrante dello strato epiteliale in saponi, bagni-schiuma, detergenti, dopobarba, lozioni per il corpo, creme ecc.Bisogna tenere presente che, come tutti gli oli essenziali, l’uso esterno ha effetto anche per i problemi interni del nostro corpo (se lo massaggiamo con lozioni o creme al pino tutti gli organi ne trarranno vantaggio). Il pino mugo, in Aromaterapia, è un olio di tono medio cioè agisce sulla maggior parte degli apparati corporei e sul metabolismo generale.

veronica.jpgVERONICA Chamaedris, VERONICA Officinalis, VERONICA Persica Esiste una notevole varietà di queste piante, ma sono facilmente riconoscibili dai fiori che in Primavera occhieggiano nei prati dalle pianure ai monti. Nella zona di Trisulti (Lazio) si trova la Veronica acquatica (Veronica anagallis acquatica) che in quei luoghi, usavano mangiando le parti più tenere bollite. Nella zona di Formello si usa la Veronica montana come infuso digestivo e, per uso esterno, per alleviare i pruriti cutanei.Fu usata nell’antichità per curare innumerevoli disturbi.

All’origine del nome si danno  vari significati:dal greco =”io porto la vittoria” riferito alla guarigione di tante malattie;dal latino =”vera et unica”(1) VeronicaNella tradizione popolare cristiana, riferita al nome della donna che asciugò il volto di Cristo, proprio per collegarla alla capacità di guarire le ferite della pelle.In Francia era conosciuta come “Herbe aux ladres” =erba dei lebbrosi. Questa indicazione è riportata anche nell’opera del Mattioli. Leggi tutto »

felce-max.gifQuesta pianta è antichissima, ed è una di quelle che ha contribuito alla formazione del carbon fossile. In tempi preistorici aveva un portamento arborescente.Il nome scientifico significa -molte fila- e si riferisce alla disposizione dei”sori”(1) che sono disposti in più file nelle pagini inferiori delle foglie. Nella tradizione popolare italiana, anche questa pianta è legata alla festa di S.Giovanni.

Si credeva che raccogliendo i sori, nella notte del santo, e portandoli addosso, si poteva diventare invisibili ed essere difesi da ogni avversità durante tutto l’anno.Il suo uso popolare contro ” i vermi”, ebbe molta diffusione nel XVIII° secolo ad opera di un fisico svizzero di nome Nouffer che fece un preparato antielmintico, conosciuto col nome di Noufferiana.

La felce è un’erbacea acaule con un grosso rizoma di colore bruno-rossiccio, le foglie sono pennate divise in segmenti lanceolato-lineari. La pagina inferiore della foglia, da maggio a ottobre, si ricopre di sori che racchiudono gli sporangi con le spore.Pianta frequente dalla pianura alla zona montana, ai bordi delle strade e nei boschi, dove, ovviamente sono molto più rigogliose e lucenti.

Le mie ricognizioni hanno avuto luogo nei monti Cimini, Prenestini e Lepini.Anche se questa pianta si adatta a molte variazioni ambientali, in alcune zone delle sopracitate è più rada e meno rigogliosa (monti Prenestini); probabilmente la ragione principale è quella di discariche abusive. Leggi tutto »

   Secondo  alcuni Hypericum deriva dal greco upér=sopra, cioè più forte del mondo infero; ed eicon=incenso perchè l’odore dell’olio essenziale ricorda quello dell’incenso. L’aggettivo perforatum si riferisce alle foglioline che, guardate contro luce, sembrano traforate per la presenza di piccole ghiandole translucide contenenti oli essenziali.Per tenere lontani i demoni, si usava bruciare la pianta, oppure si prendevano alcuni rametti, della stessa, e, dopo averli immersi in acqua benedetta, si aspergevano gli ambienti. Da qui vien fatto derivare il famoso nome popolare di “Scacciadiavoli”. Altro nome assai diffuso , col quale è conosciuta questa pianta, è Erba di S.Giovanni (attribuito anche a varie felci, Artemisia vulgaris, Hedera helix, Taraxacum officinalis, Inula helenium, ecc.), per il periodo d’inizio della fioritura.

L’Iperico era considerato un amuleto contro ogni forma di stregoneria se si portava addosso nella notte di S.Giovanni (24 giugno, solstizio d’estate). Anticamente, chi si trovava per strada nella notte della vigilia, poteva incontrare le streghe che si recavano a frotte al convegno annuale, per proteggersi da possibili malefici, si infilava sotto la camicia l’Iperico insieme alle altre erbe. (“Se ne fanno unguenti contro le scottature, e per analogia, allontanerebbe coloro che abitano tra le fiamme. E’ stata inoltre collegata al massimo fulgore del sole, nel momento del solstizio estivo: secondo la tradizione si doveva cogliere il giorno di S.Giovanni alle ore 12.”  Guarrera, P.M.-Il patrimonio etnobotanico del Lazio.-Regione-Lazio 1994.)

 Fin dai tempi delle Crociate, i Cavalieri di S.Giovanni di Gerusalemme erano soliti usare questa pianta per curare le ferite dei combattenti perchè, secondo la dottrina della “signatura”, la pianta presentava delle ferite (i forellini delle foglie) e, perciò, era efficace contro le stesse. Inoltre, se si strofinavano i petali tra le dita, ci si tingeva di rosso e questo succo (l’ipericina) era chiamato sangue di S. Giovanni. Per allontanare gli spiriti maligni, si appendevano mazzetti sulla porta di casa o a capo del letto.

Questa pianta , comune nei bordi delle strade, nelle boscaglie, nei campi e in genere nei luoghi erbosi e soleggiati, fiorisce da giugno a settembre. E’ una pianta perenne, con fusti eretti, alti da 20 a 80 centimetri. Le foglie sono opposte, sessili, coriacee, ellittico- oblunghe e punteggiate di nero sul margine della pagina inferiore e con numerosi punti traslucidi bene evidenti in trasparenza per tutto il lembo. I fiori sono raccolti in corimbi e sono formati da cinque petali giallo-dorati. Il frutto è una capsula.

Alcuni nomi popolari delle nostre regioni: Millebuchi (Toscana); Sangue-spasso (Liguria);Trafurelo (Piemonte);Erba dal Sangh (Veneto); Jerbe de San Zuàn (Friuli); Erba da Taj, Erba de San Roch (Emilia).

L’iperico, nella tradizione popolare, ha avuto fama di una vera panacea. Era considerato capace di alleviare disturbi nervosi ( in effetti l’ipericina ha un’azione stimolante, efficace contro le depressioni); di alleviare i disturbi delle vie aeree come tossi, bronchiti, otiti; ma l’ uso più comune è quello del suo olio contro le scottature o le ferite, che si ottiene ponendo le sommità fiorite in olio d’oliva (o altri oli spremuti a freddo). Adatto contro gli eritemi solari, scottature, piaghe di varia origine; da evitare prima dell’esposizione solare perché può causare, alla pelle, fenomeni di sensibilizzazione.

Questo olio, ottenuto per macerazione, facilita la rigenerazione epiteliale e ha un effetto analgesico, che dopo le scottature dà molto sollievo.*

In fitoterapia, si usa anche l’infuso al 2%, 3-4 tazze al giorno per disturbi delle vie respiratorie e cistiti.Un uso  efficace, contro molte forme di depressione, è la Tintura Madre di Iperico che, conosciuta da secoli nel mondo rurale, si sta ora diffondendo nella farmacopea occidentale; negli Stati Uniti al posto di un noto antidepressivo di sintesi si va sostituendo con grande efficacia, un prodotto a base di ipericina estratta dalla pianta. In omeopatia si usa nelle varie diluizioni, nelle lesioni dei nervi e di tessuti nervosi, nei traumi cerebrali, nei dolori successivi a un intervento operatorio, nelle lesioni delle zone nervose periferiche.

*Ricetta per preparare l’olio di Iperico:

Iperico sommità fiorite               gr. 50

Olio extra vergine d’oliva        ½ litro

Sole   15-20 giorni in recipiente a chiusura ermetica.

Quando l’olio ha assunto una bella colorazione rossa, si filtra e si pone in boccette scure.
                             

ROSA PRAENESTINA” è il nome scelto dai Latini per designare una rosa esistente nella zona laziale dell’attuale PALESTRINA. PRENESTE che nei secoli fu chiamata anche Città Papale, Pillestrina, Pellestrina. Il nome è dunque mutuato dalla località che si trova a 38 chilometri circa a sud-est di Roma, sul versante meridionale dei monti Prenestini a 465 metri di altitudine.

Nella sezione Botanica della Storia Naturale di Plinio è citata, tra le altre, anche la Rosa Praenestina e, precisamente, nel libro ventunesimo quando l’autore inizia la descrizione: “Rosa nascitur spina verius quam frutice, in rubo quoque proveniens, illic etiam iucundi odoris, quamvis angusti.”… Seguono indicazioni sull’uso di questa rosa“… la si fa macerare nell’olio, e questo già dal tempo della guerra di Troia, come attesta Omero. Inoltre la si fa entrare nei profumi…ha di per sé proprietà medicinali.

Si mette negli impiastri e nei colliri …Si usa anche per profumare le prelibatezze della mensa, dato che non è per niente nociva. (l’uso delle rose in gastronomia, attestato da Apicio IV 2.9 ) Le specie di rose che da noi hanno acquistato maggiore celebrità sono la Praenestina e la Campana.” ORIGINI REMOTE della ROSA PRAENESTINA Una delle più antiche raffigurazioni della rosa Gallica ( a sua volta progenitrice della Praenestina), appare nell’acquerello di un artista bizantino del V secolo dedicato a Julia Anicia figlia dell’imperatore d’Occidente che illustrava il De Materia Medica di Dioscoride Anazarbeo, famosissimo medico e botanico greco del I sec., nel famoso codice bizantino del V° sec. chiamato “Dioscoride di Julia Anicia” o “Dioscoride di Vienna”.* L’opera di Dioscoride ebbe una grande fortuna e fu redatta e commentata in più codici e in più edizioni fino al XVI sec.( In uno stile scarno, inelegante, mescolato di termini barbari di idioma celtico e tracio, vi sono descritti tutti i medicamenti vegetali, minerali e animali dell’epoca )Questo importante e raro testo è composto da 491 fogli e da 400 disegni di animali e piante fu composto intorno all’anno 515 Il codice misura cm. 37X30.

Contiene molte annotazioni in lingua Araba. Un altro riferimento lo troviamo nei versi di un epigramma di M. Valerio Marziale A una coroncina di Rose

“O tu sia nata nell’orto pestano
o generasse te il col tiburtino
o imporporassi tu il suol tuscolano
o tolse villica te al prenestino
o fossi gloria dell’agro campanoperché
più bella tu sembri a Sabino
ti creda un serto del mio Nomentano”

ORIGINE DELLA ROSA Quando è nata la rosa? Reperti fossili dell’Eocene, ritrovati nel Colorado e nell’Oregon, testimoniano dell’esistenza di questo fiore già una quarantina di milioni di anni fa.Da dove deriva il… nome della rosa? Secondo alcuni filologi deriverebbe dal celtico Rhod, rosso, da cui deriverebbe il greco Rhodon.
Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale, parla di dodici specie di rose; Linneo, nel 1700, ebbe ad attribuire a questa famiglia l’identico numero, ma nel giro di un secolo Parmantier scriveva nel suo Dizionario per l’agricoltura, edito dall’Istituto di Francia, come questa famiglia contenesse un grande numero di arbusti, tutti osservabili per la loro bellezza, alcuni notevoli per il soave profumo dei loro fiori, parecchi dei quali erano coltivati nei giardini d’Europa fin dalla più remota antichità.Secolo dopo secolo si è arrivati a considerare che tra specie selvatiche, ibridi e varianti botaniche ne esistano un numero impossibile da stabilire, come è quasi impossibile risalire al tipo da cui discendono.

Allo stato spontaneo, la rosa non cresce sotto l’equatore, pochissime sono quelle che crescono al di sotto del 25° parallelo; mentre dal Giappone, passando tutte le regioni fino all’Europa se ne ha conoscenza fino all’America settentrionale, nella parte occidentale.Secondo gli ultimi studi genetici, la rosa è una pianta di origine nordica che nel corso dei secoli si è andata spostando, e adattando, verso sud. Tornando alla “nostra” non possiamo dimenticare la più chiara descrizione di tale rosa che dobbiamo a Basilius Besler Nel suo famoso erbario figurato appare in un’ incisione con l’appellativo di Rosa Praenestina variegata: si tratta della più antica rosa variegata derivante, per ibridazione naturale, della Rosa gallica. “Hortus Eystettensis sive Diligens et accurata omnium Plantarum, Forum, Stirpium,ex variis orbis terrae partibus, singulari studio collectarum, que in celeberrimis viridariis arcem episcopalem ibidem cingentibus, hoc tempore conspiciuntur delineatio et ad vivuum repraesentatio – Opera Basilii Besleri Phisiatri et Pharmacopaei M.D.C.XIII Così il nostro autore descrive la Rosa Praenestina: “Rosa Praenestina Variegata Plena. Folii e caulibus à praedicta non multùm recedere videtur, flores expodentur in folia diminiatim rubecentia, vel striis rubris extrabe, aut Clusius* habet tertia duntaxat parte alba, seu nuc integra alba, modo integra rubra inter se commista, pari luxuria, qua Caryophylli quidam hortenses, mirificè variant. (Vid. Clusius loco superius citato)” Clusius- Germ. Grosse Bollendische Rosen von hundertblatern/ mit rothen lumen Praticamente descrive una Rosa variegata con molti petali, con cauli e foglie mediamente normali, la rubescenza diminuisce vicino alle foglie, le striature rosse, come dice Clusio, si alternano per circa un terzo, il bianco e il rosso integri si mischiano mantenendo lo stesso splendore dei colori.

L’INCISIONE originale, verrà in seguito colorata di giallino (non conforme alla realtà) e poi screziata come quella esistente, descritta e qui riprodotta Questa ricerca è servita a verificare lo stato della diffusione del genere Rosa in Italia, nel periodo al quale si riferiscono le prime concrete testimonianze in materia.E’ infatti emerso che il nostro paese, fecondissimo per qualità e quantità di specie presenti allo stato selvatico e coltivato, svolse un ruolo di rilievo nello sviluppo delle rose tra cui la R. gallica officinalis e la sua derivata versicolor denominate R. praenestina e R. praenestina variegata.La Rosa Praenestina esiste ancora, nella sua stupenda evoluzione ora si chiama Gallica versicolor o Rosa Mundi e la possiamo ammirare nei più bei roseti e presso i coltivatori di rose.E…probabilmente dal prossimo anno nelle aiuole di Palestrina.

vedi:
Maria Doretta Simoni “ La Rosa Praenestina” Citta’ di Palestrina Assessorato al Turismo 2006 pp.78

La Rosa Praenestina è il nome storico dato dai botanici delle epoche passate, ad una Rosa Gallica che (come risulta da questa interessante ricerca) è endemica del Lazio (Italia) ed in particolare della antica città di Palestrina. Preneste è in una posizione geografica molto favorevole e questa rosa, ibridata naturalmente, veniva, fin dal tempo degli Etruschi, coltivata ed esportata.
L’ opera riporta una notevole quantità di notizie e vuole essere uno stimolo e un contributo all’approfondimento e alla conoscenza di questo meraviglioso fiore.

The Rosa Praenestina (Preanestine Rose) is the historical name given by botanists of past centuries to a Gallica Rose which, as this research shows, is rooted in the Italian region of Latium, particularly around the ancient city of Palestrina. The Praenestine area finds itself in a very favourable geographical position and this rose, obviously hybridized, was grown and exported since Etruscan times. The present work relates a large amount of information and historical facts with the purpose of deepening and widening our knowledge of this magnificent flower.

BOTANICA
Le Rosaceae sono alberi, arbusti ed erbe comprendenti circa 100 generi e 3000 specie.
La maggioranza delle specie posseggono foglie alterne e stipole. Queste possono essere congenitamente attaccate al picciolo. Avrete gia’ incontrato l’espressione ” una rosa e’ una rosa.” che vuol far credere che quando se ne’ vista una si sono viste tutte. La famiglia delle rose tende in effetti ad esibire fiori monotoni attinomorfi, in genere caratterizzati da perianzi divisi in 5 e da numerosi stami Tuttavia una più accurata ispezione rivela che il gineceo varia immensamente tra le differenti specie della famiglia.
Nella sotto-famiglia delle Rosoideae molti dei pistilli carpellari maturano in acheni, mentre nelle Prunoideae un unico pistillo monocarpellato matura in drupa. Nella sotto-famiglia delle Spiraeoideae, il giniceo consiste in due o più pistilli carpellari distinti che maturano in follicoli. In tutti questi casi l’ovario e’ superiore con, generalmente, una qualche formazione di un’area di stami intorno all’ovario. Tuttavia nella quarta sotto-famiglia , quella delle Maloideae, l’ovario e’composto ed inferiore con la possibilita’ di un’area di stami sopra l’ovario stesso.

  
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