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 E ora qualche “ricetta” del tutto naturale adatta all’estate

Crema protettiva colorante per il viso –

Caffè, Camomilla, carota, Cartamo, glicerina, iperico, Karitè, pinoli, propoli, spermaceti, the, Vit.E. Questa crema, se usata con regolarità, dona una elasticità e luminosità particolare alla pelle del viso e del collo evitando l’insorgere di rughe.

  Cipria antirughe pelli delicate

  Papavero petali, rosa rossa petali, ireos radice, riso polvere, o.e. rosa.  

 
  Olio corpo tonificante antismagliature leggermente colorante
   Caffè ex. idroalcoolico, cartamo olio, fitolacca, iperico olio, more, rose, storace estratti fluidi da  piante fresche.

Crema collo-viso idratante antirughe

Mandarino, papavero, vinacciolo, sambuco, cartamo, camomilla, arancio, karitè, limone o.e., luppolo, magnolia, prezzemolo, calendula, karitè, melissa., timo., oenothera olio, giglio bulbo, Ylang-ylang.                                                                                                                 

Queste preparazioni richiedono un po’ di tempo e pazienza, ma ottengono risultati non comuni.
                                         

benvenuta-palombi-semplice.jpg   Questa pianta conosciuta da Dioscoride e Galeno, nonchè dalla Scuola Salernitana, citata ampiamente dal Mattioli, come medicamento fitoterapico, è in disuso. Mentre nella tradizione popolare (zona di Anzio), l’infuso delle sue foglie veniva assunto come diuretico e il decotto, 2 o 3 tazzine al giorno, era usato come antiinfiammatorio epatico. A Marino (RM), il decotto di rizoma o foglie è usato come antitosse. In Toscana fa parte delle felci che curano le scottature.Probabilmente l’abbandono di questo tipo di medicamento si deve anche alla scomparsa della pianta in varie  zone della nostra penisola. E’ ancora molto rigogliosa sui monti Cimini, intorno al lago di Vico, nel Lazio, dove la zona è controllata e protetta da anni dal WWF. In questa zona, che io frequento da circa trent’anni, si nota la differenza di sviluppo e rigoglio e la varietà delle piante e dei funghi, dei muschi e dei licheni oltre che degli animali e degli uccelli. In questi boschi la Scolopendra, chiamata anche lingua di cane e lingua cervina, abbellisce il sottobosco, si potrebbe dire che ha una bellezza provocante!Il suo nome deriva dalla disposizione dei sori che li fanno assomogliare alle zampe dell’animale omonimo.E’ detta anche lingua cervina  o lingua di cane per il portamento delle foglie. 

pinomugo_fio.jpg        Famiglia: Pinaceae

Colore: verde, giallo-verde.In Italia: Alpi occidentali, Appennino PiemonteseNel mondo: Alpi centro-occidentali, Pirenei Diffusione rara Proprietà: anticatarrale, antiputrida, balsamica. Il Pino Mugo, a differenza degli altri, si presenta sotto forma arbustiva contorta e bassa, tanto che la raccolta dei suoi germogli si effettua con una certa facilità che permette di scegliere la parti migliori e di non rovinare la pianta. Il Mugo è diffuso in un areale piuttosto limitato comprendendo le Alpi Orientali, Centrali ed i Carpazi. La sua altezza non supera i 3-4 metri ed il portamento spesso è prostrato. Il termine italiano deriva dalla lingua latina pinus che, a sua volta, deriva dal greco pitus, termine usato da Teofrasto riferendosi al Pino selvatico. Pitus era un’amante del dio Pan, la stessa divinità mitologica che Ovidio ci descrive mentre si cinge la chioma con ramoscelli di pino. Molti altri autori dell’antichità quali Virgilio, Orazio, Properzio, hanno citato le varie specie di queste piante aghiformi che producevano resine aromatiche e che venivano usate soprattutto per produrre la pece. Ippocrate e Dioscoride ne lodavano le loro proprietà e ne consigliavano il loro impiego per curare le infiammazioni dell’apparato respiratorio.D’allora sono trascorsi molti secoli e anche le terapie moderne non si discostano da quelle antiche e l’azione balsamica e anticatarrale dei preparati a base di pino sono attualmente in uso. Ma la conoscenza scientifica ha allargato gli orizzonti anche in questo campo scoprendo che l’estrazione di alcune sostanze medicamentose sono più concentrate in una specie piuttosto che in un’altra.L’olio essenziale di pino è impiegato sia in Aromaterapia che in preparati cosmetici di alta qualità ed efficacia. La specie Mugo, come abbiamo visto, è la più rara, ma per fortuna è anche ricchissima di resina perché vive in quote montane più alte perciò più esposte ai raggi caldi del sole che stimola la pianta a secernere maggiore quantità di resina e migliore qualità. Questo spiega l’uso popolare della raccolta delle sue gemme da parte degli abitanti delle montagne che da secoli preparano sciroppi di raccogliendo le gemme, coprendole di zucchero o miele e lasciandole macerare al sole fino a che si formi un liquido ambrato che, opportunamente filtrato e imbottigliato, diventa lo sciroppo per l’inverno rigido di quelle contrade.Le migliori essenze di pino sono quelle provenienti dalla Russia nordorientale e dal Tirolo austriaco che, per l’appunto, è quella di  Pino Mugo. Il suo uso è utile sia per via interna che per via esterna.Via interna: Apparato digerente-escretorio: calcoli alla vescica, cistiti, disturbi renali Apparato respiratorio: tutte le affezioni delle vie respiratorie come bronchiti, asma, influenza. Sistema nervoso: debilitazione generale. Testa: sinusiti.Via esterna: antisettico, riequilibrante dello strato epiteliale in saponi, bagni-schiuma, detergenti, dopobarba, lozioni per il corpo, creme ecc.Bisogna tenere presente che, come tutti gli oli essenziali, l’uso esterno ha effetto anche per i problemi interni del nostro corpo (se lo massaggiamo con lozioni o creme al pino tutti gli organi ne trarranno vantaggio). Il pino mugo, in Aromaterapia, è un olio di tono medio cioè agisce sulla maggior parte degli apparati corporei e sul metabolismo generale.

veronica.jpgVERONICA Chamaedris, VERONICA Officinalis, VERONICA Persica Esiste una notevole varietà di queste piante, ma sono facilmente riconoscibili dai fiori che in Primavera occhieggiano nei prati dalle pianure ai monti. Nella zona di Trisulti (Lazio) si trova la Veronica acquatica (Veronica anagallis acquatica) che in quei luoghi, usavano mangiando le parti più tenere bollite. Nella zona di Formello si usa la Veronica montana come infuso digestivo e, per uso esterno, per alleviare i pruriti cutanei.Fu usata nell’antichità per curare innumerevoli disturbi.

All’origine del nome si danno  vari significati:dal greco =”io porto la vittoria” riferito alla guarigione di tante malattie;dal latino =”vera et unica”(1) VeronicaNella tradizione popolare cristiana, riferita al nome della donna che asciugò il volto di Cristo, proprio per collegarla alla capacità di guarire le ferite della pelle.In Francia era conosciuta come “Herbe aux ladres” =erba dei lebbrosi. Questa indicazione è riportata anche nell’opera del Mattioli. Leggi tutto »

felce-max.gifQuesta pianta è antichissima, ed è una di quelle che ha contribuito alla formazione del carbon fossile. In tempi preistorici aveva un portamento arborescente.Il nome scientifico significa -molte fila- e si riferisce alla disposizione dei”sori”(1) che sono disposti in più file nelle pagini inferiori delle foglie. Nella tradizione popolare italiana, anche questa pianta è legata alla festa di S.Giovanni.

Si credeva che raccogliendo i sori, nella notte del santo, e portandoli addosso, si poteva diventare invisibili ed essere difesi da ogni avversità durante tutto l’anno.Il suo uso popolare contro ” i vermi”, ebbe molta diffusione nel XVIII° secolo ad opera di un fisico svizzero di nome Nouffer che fece un preparato antielmintico, conosciuto col nome di Noufferiana.

La felce è un’erbacea acaule con un grosso rizoma di colore bruno-rossiccio, le foglie sono pennate divise in segmenti lanceolato-lineari. La pagina inferiore della foglia, da maggio a ottobre, si ricopre di sori che racchiudono gli sporangi con le spore.Pianta frequente dalla pianura alla zona montana, ai bordi delle strade e nei boschi, dove, ovviamente sono molto più rigogliose e lucenti.

Le mie ricognizioni hanno avuto luogo nei monti Cimini, Prenestini e Lepini.Anche se questa pianta si adatta a molte variazioni ambientali, in alcune zone delle sopracitate è più rada e meno rigogliosa (monti Prenestini); probabilmente la ragione principale è quella di discariche abusive. Leggi tutto »

 
 
     “…herba giudaica e parimente pagana chiamano alcuni quella pianta che i fiori produce nella sommità del fusto spicati…Usanla i chirurgici tedeschi nelle bevande e nelle ferite interiori…” Ecco alcune parole del Mattioli riferite a questa pianta che, dal latino solidare, allude alle sue proprietà medicamentose.Nella medicina popolare si usano le radici in decotto o macerate nel vino come digestivo e carminativo; le sommità fiorite, in infuso, come aperitivo, astringente, sudorifero. I componenti delle sommità di Solidago hanno un effetto diuretico e antiurico di notevole rilevanza; nello stesso tempo la droga esplica anche una notevole azione antiinfiammatoria e vasoprotettiva.In fitoterapia si usa sotto forma di infusi o Tintura Madre per curare le affezioni renali acute e i disturbi reumatici a componente edematosa.Per uso esterno sono emollienti, detergenti, cicatrizzanti; il decotto per gargarismi contro le infiammazioni del cavo orale e per impacchi cicatrizzanti cutanei.  Image:Solidago virgaurea gullris.jpg

   Secondo  alcuni Hypericum deriva dal greco upér=sopra, cioè più forte del mondo infero; ed eicon=incenso perchè l’odore dell’olio essenziale ricorda quello dell’incenso. L’aggettivo perforatum si riferisce alle foglioline che, guardate contro luce, sembrano traforate per la presenza di piccole ghiandole translucide contenenti oli essenziali.Per tenere lontani i demoni, si usava bruciare la pianta, oppure si prendevano alcuni rametti, della stessa, e, dopo averli immersi in acqua benedetta, si aspergevano gli ambienti. Da qui vien fatto derivare il famoso nome popolare di “Scacciadiavoli”. Altro nome assai diffuso , col quale è conosciuta questa pianta, è Erba di S.Giovanni (attribuito anche a varie felci, Artemisia vulgaris, Hedera helix, Taraxacum officinalis, Inula helenium, ecc.), per il periodo d’inizio della fioritura.

L’Iperico era considerato un amuleto contro ogni forma di stregoneria se si portava addosso nella notte di S.Giovanni (24 giugno, solstizio d’estate). Anticamente, chi si trovava per strada nella notte della vigilia, poteva incontrare le streghe che si recavano a frotte al convegno annuale, per proteggersi da possibili malefici, si infilava sotto la camicia l’Iperico insieme alle altre erbe. (“Se ne fanno unguenti contro le scottature, e per analogia, allontanerebbe coloro che abitano tra le fiamme. E’ stata inoltre collegata al massimo fulgore del sole, nel momento del solstizio estivo: secondo la tradizione si doveva cogliere il giorno di S.Giovanni alle ore 12.”  Guarrera, P.M.-Il patrimonio etnobotanico del Lazio.-Regione-Lazio 1994.)

 Fin dai tempi delle Crociate, i Cavalieri di S.Giovanni di Gerusalemme erano soliti usare questa pianta per curare le ferite dei combattenti perchè, secondo la dottrina della “signatura”, la pianta presentava delle ferite (i forellini delle foglie) e, perciò, era efficace contro le stesse. Inoltre, se si strofinavano i petali tra le dita, ci si tingeva di rosso e questo succo (l’ipericina) era chiamato sangue di S. Giovanni. Per allontanare gli spiriti maligni, si appendevano mazzetti sulla porta di casa o a capo del letto.

Questa pianta , comune nei bordi delle strade, nelle boscaglie, nei campi e in genere nei luoghi erbosi e soleggiati, fiorisce da giugno a settembre. E’ una pianta perenne, con fusti eretti, alti da 20 a 80 centimetri. Le foglie sono opposte, sessili, coriacee, ellittico- oblunghe e punteggiate di nero sul margine della pagina inferiore e con numerosi punti traslucidi bene evidenti in trasparenza per tutto il lembo. I fiori sono raccolti in corimbi e sono formati da cinque petali giallo-dorati. Il frutto è una capsula.

Alcuni nomi popolari delle nostre regioni: Millebuchi (Toscana); Sangue-spasso (Liguria);Trafurelo (Piemonte);Erba dal Sangh (Veneto); Jerbe de San Zuàn (Friuli); Erba da Taj, Erba de San Roch (Emilia).

L’iperico, nella tradizione popolare, ha avuto fama di una vera panacea. Era considerato capace di alleviare disturbi nervosi ( in effetti l’ipericina ha un’azione stimolante, efficace contro le depressioni); di alleviare i disturbi delle vie aeree come tossi, bronchiti, otiti; ma l’ uso più comune è quello del suo olio contro le scottature o le ferite, che si ottiene ponendo le sommità fiorite in olio d’oliva (o altri oli spremuti a freddo). Adatto contro gli eritemi solari, scottature, piaghe di varia origine; da evitare prima dell’esposizione solare perché può causare, alla pelle, fenomeni di sensibilizzazione.

Questo olio, ottenuto per macerazione, facilita la rigenerazione epiteliale e ha un effetto analgesico, che dopo le scottature dà molto sollievo.*

In fitoterapia, si usa anche l’infuso al 2%, 3-4 tazze al giorno per disturbi delle vie respiratorie e cistiti.Un uso  efficace, contro molte forme di depressione, è la Tintura Madre di Iperico che, conosciuta da secoli nel mondo rurale, si sta ora diffondendo nella farmacopea occidentale; negli Stati Uniti al posto di un noto antidepressivo di sintesi si va sostituendo con grande efficacia, un prodotto a base di ipericina estratta dalla pianta. In omeopatia si usa nelle varie diluizioni, nelle lesioni dei nervi e di tessuti nervosi, nei traumi cerebrali, nei dolori successivi a un intervento operatorio, nelle lesioni delle zone nervose periferiche.

*Ricetta per preparare l’olio di Iperico:

Iperico sommità fiorite               gr. 50

Olio extra vergine d’oliva        ½ litro

Sole   15-20 giorni in recipiente a chiusura ermetica.

Quando l’olio ha assunto una bella colorazione rossa, si filtra e si pone in boccette scure.
                             


 Il nome greco significa -spine acute- e si riferisce alle numerose spine che ricoprono i rami di questo arbusto. Il Biancospino era apprezzato per i suoi fiori candidi e le bacche rosse, ma non molto conosciuto nell’antichità.per le sue straordinarie qualità terapeutiche.Due sono i Biancospini più diffusi nell’Europa occidentale: C. Oxyacantha e C. Monogyna (questa si differenzia dalla prima, per le sue foglie glabre profondamente lancinate). Essi si ibridano facilmente passando dall’uno all’altro attraverso forme intermedie, ma in fitoterapia sono usati per le medesime cure. Nella medicina popolare, venivano adoperati ( scorza, foglie, fiori e frutti) con le indicazioni abituali di tutte le piante ad effetto astringente, ad esempio contro il mal di gola o la diarrea. Con le sue bacche si usava fare un liquore zuccherino simile al sidro di pere con un effetto assai inebriante; oltre a quest’uso ce n’era un altro molto più pratico: i frutti essiccati e macinati venivano mischiati alla farina per fare il pane sia in periodi di carestia che in periodi normali.Solo nel XIX° secolo si scoprì che le loro foglie e i fiori contenevano dei fitocomplessi molto utili come tonicardici, antispasmodici e sedativi vegetali. Da allora il Biancospino divenne celebre in tutte le farmacopee del mondo.Si usa in:  Infusione, Tintura Madre o capsule, come coadiuvante della terapia dei disturbi cardiaci; come sedativo contro l’insonnia dovuta ad uno stato ansioso, come vasodilatatore e, utilissimo, contro i disturbi nervosi della menopausa e dell’adolescenza..  

ChelidonErba delle rondini, il significato del suo nome deriva dal greco: chelidon =rondine.
Gli antichi greci e i latini pensavano che le rondini usassero i germogli di questa pianta per far aprire gli occhi ai loro piccoli che, si pensava, nascessero ciechi. Questo fatto portò all’uso popolare della pianta per curare malattie degli occhi, ma questa terapia è molto pericolosa dato che la chelidonia è caustica e serve per estirpare i porri della pelle (infatti, in molte regioni italiane viene chiamata Erba porraia). In ogni modo, dato che la chelidonia ha anche un forte potere antimicotico per certe forme di disturbi oftalmici può essere utile, ma sempre sotto la guida di un esperto.
L’uso attuale in fitoterapia è molto utile per i le affezioni epatiche, soprattutto riguardo ai disturbi dovuti a calcolosi biliare e all’epatite C.

Paracelso aveva già capito queste cose attraverso la teoria della “signatura”, da lui stesso predicata. Egli assimilò il colore del lattice della pianta, ai succhi biliari e constatò che il suo uso la rendeva capace di “aprire le occlusioni” di quest’ organo.
Altro uso, nell’attuale fitoterapia, per la sua azione antispasmodica sui tessuti muscolari (dovuta alla chelidonina e agli alcaloidi del papavero in essa contenuti), è in infusi composti.
Nell’odierna fitoterapia si sono riscontrati ottimi effetti nella cura di alcune malattie dl fegato e delle vie biliari (calcolosi).
Per uso esterno, come accennavo sopra, è ottima per estirpare le verruche, per questo il risultato migliore è l’uso del lattice da pianta fresca, ma funziona molto bene anche la Tintura Madre.

 

Ortica

Il suo nome deriva dall’ effetto che ha sulla pelle: “urens” =bruciante. La particolarità di questa pianta, infatti, è di possedere dei peli acuminati che, al minimo contatto si rompono ed iniettano un liquido irritante, ma molto efficace contro i dolori reumatici. La convinzione dei Latini secondo i quali questa pianta curava i reumatismi, è tuttora valida tanto che pastori e contadini delle nostre campagne la usano ancora per questo scopo. In genere prendono un fascio di ortica e frustano la parte dolorante, l’acido che si libera, quando la punta di ciascun pelo si spezza, provoca un’infiammazione cutanea dolorosa, ma al termine di essa, scompare anche il dolore reumatico.
La pianta era già nota a Galeno che la riteneva utile contro il catarro bronchiale e le ulcere della pelle. Più tardi Pier Andrea Mattioli nei “Commentarii” ne fa una lunga disquisizione lodandone le sue qualità terapeutiche.
In fitoterapia è utilizzata come rimineralizzante e per la sua azione emostatica ed emopoietica dovuta alla presenza nella pianta di Vit. K e Vit. C ed è consigliata come antiemorragico nelle epistassi e nelle metrorragie.
Studi più recenti hanno evidenziato l’utilità della pianta, sotto forma di infuso o tintura madre, nell’eliminazione di cloruri e dell’urea, per questo l’infuso d’ortica è utile nell’artrite, nella gotta, nel reumatismo articolare.
I semi di ortica sono ottimi per curare l’enuresi notturna dei bambini.*
Per uso esterno le frizioni di ortica, sotto forma di lozioni o di estratti, sono molto utili contro la caduta dei capelli e l’acne giovanile.

*E’ bene preparare dei biscottini con semi di ortica chei bambini gradiscono molto più di una tisana e sono veramente efficaci
(se volete la ricetta scrivetemi)

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