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Contributo al Convegno sui Frutti Dimenticati di Casola Valsenio

Perché i frutti dimenticati suscitano tanto interesse, quando se ne parla?
Mi riferisco alla gente comune, non a noi appassionati di piante e fiori, lo chiedo a voi perché l’ho chiesto a me stessa, riscuotendo un certo interesse generale alla notizia di questo Convegno romagnolo.
Senza considerare chi esprimeva il suo plauso positivo solo perché “va di moda” il Naturale, ho notato che persone di tutte le età esprimevano curiosità per questa iniziativa.
E’ che noi tutti facciamo parte delle nostre tradizioni e dell’ambiente dove viviamo e dove siamo vissuti.
Questo vale per tutti i popoli della terra: chi studia le scienze sociali o fa ricerche sul campo, lo può documentare più ampiamente; ma chi ha buon senso lo sa perché per istinto di conservazione ha già dentro di sé questa tendenza.
Chi non aspira a conservare la natura ha “perso la bussola”, dà valore a cose materiali in modo eccessivo e perdendo il gusto vero della vita, fa la guerra.
Ora più che mai stiamo constatando che il mondo è sull’orlo del precipizio e ci sembra di non poter fare nulla per arrestare questa follia di morte. Invece io credo che solo prendere parte ad un incontro di questo tipo sia già una piccola goccia per aiutare la pace, alla quale tutti dobbiamo aspirare.
Se alla fine del mio intervento qualcuno vorrà intervenire ne sarò lieta.
Le piante sono di tutti, come la terra e quando…<–more–>
…..quando? Gli uomini lo capiranno, smetteranno di fare la guerra.
I nostri frutti nelle TRADIZIONI POPOLARI e nella fitoterapia. Significato magico-religioso, simbolismo nel folklore e nell’arte.
M.Doretta Simoni

IL MELOGRANO Punica granatum Punicaceae o Mirtacee

 Tra i frutti più antichi voglio iniziare dal Melograno che unisce molte popolazioni del mondo essendo originario dell’Afganistan e della Persia e mi dà una sensazione di universalità sia nel suo uso che per le tradizioni che lo accompagnano. Cresce spontaneo dal sud del Caucaso fino al Punjab ed è diffuso in Estremo Oriente, oltre che nei paesi del Mediterraneo.

Miti
Albero sacro agli Egizi, già 4500 anni era simbolo di amicizia e concordia.
Secondo la mitologia greca, l’albero nasce dal sangue del dio Bacco, ucciso dai Titani e riportato in vita da Rea madre di Giove.
Proserpina, rapita da Plutone, quando si trova nell’Ade, si ciba dei chicchi di melagrana. (vedi quadro di Danta Gabriele Rossetti 1877).
Per i graci questa pianta era sacra a Giunone e a Venere e rappresentava la fecondità e l’amore.
Le spose romane usavano intrecciare tra i capelli rametti di melograno.
Nel Medioevo, il frutto diviene simbolo della resurrezione e spesso è raffigurato in mano a Gesù Bambino.(Sandro Botticelli -Madonna del Magnificat,1481-85, Firenze Uffizi)
Nell’arte copta l’albero di melograno raffigurava il simbolo della resurrezione.

Nella tradizione asiatica il frutto aperto rappresenta abbondanza e buon augurio e ha ispirato molte leggende. Ad esempio, in Vietnam la melagrana si apre in due e lascia uscire cento bambini, mentre le spose turche lanciano in terra un frutto in terra: avranno tanti figli quanto sono i chicchi caduti.
In Dalmazia lo sposo usa trasferire, dal giardino della sposa al suo,una pianta di Melograno.
E’ di origine indiana la credenza che il succo di questo frutto combatta la sterilità.

USI TRADIZIONALI E CENNI BOTANICI

Ricchissimo di vitamine e’ da millenni fonte di salvezza per i popoli degli aridi territori dell’Asia, considerato il re dei frutti anche per il suo particolare picciuolo a forma di corona.
“Punica granatum”* e’ il suo nome scientifico, albero della famiglia delle Mirtacee, il suo fusto che puo’ arrivare anche ai 5 metri d’altezza, e’ molto ramoso, contorto con una corteccia rosso-grigiastra e rami spinosi. Le foglie sono decidue, oblunghe, per lo piu’ opposte, rigide e lucide. I fiori scarlatti, sbocciano all’estremita’ dei rami, da maggio a luglio. Il frutto e’ una grossa bacca coriacea (balauste), tondeggiante di colore giallo-arancio, diviso al suo interno in 7-15 cavita’ nelle quali sono posti i semi, avvolti da una polpa acida e dolce, succosa e trasparente.
La maturazione dei frutti avviene in autunno; è coltivato spesso a scopo ornamentale nei giardini e sui terrazzi nelle regioni piu’ calde, i suoi frutti e i suoi fiori vengono usati per decorare le tavole e le pietanze. Eppure il melograno avrebbe tutti i motivi per meritarsi maggiore considerazione: i suoi frutti sono ricchi di vitamina A e B. Nell’antichita’ era tenuto in grande considerazione per le sue proprieta’ terapeutiche. Gia’ 4000 anni fa gli egizi conoscevano le proprieta’ vermifughe della radice del melograno. In Europa, all’inizio del XIX secolo la scorza di questa radice era molto usata nella lotta contro la tenia; infatti l’analisi moderna ha confermato la presenza di alcaloidi antielmintici, che sono molto efficaci contro le tenie. Recentemente e’ stato preso in considerazione il succo di melograno per i suoi benefici cardiovascolari. Il frutto contiene in abbondanza tannini che hanno proprieta’ astringenti. Oltre che vermifugo il melograno e’ rinfrescante diuretico e tonico. La corteccia del frutto, ricca di tannino e’ ancora usata in Africa del nord e in Oriente per conciare il cuoio. Con la buccia essiccata si ottiene un ottimo colorante: un caratteristico giallo tendente al verde che e’ stato ritrovato perfino in alcune tombe egizie. In presenza di ferro essa da’ una tinta nera adatta per farne inchiostro, anche i fiori possono servire per preparare un inchiostro rosso. Il frutto oltre a essere un insolito dessert, e’ il protagonista di golose gelatine, bevande dissetanti, granite, marmellate. Il succo di melagrana e’ adoperato in cucina nella preparazione dei dolci ma anche della carne

*Questo nome risale ai Romani che lo importarono da Cartagine, dove era stato, in precedenza portato dai Fenici di ritorno dall’oriente.
Granata, una delle più belle città spagnole prende il nome da questo frutto che raffigurato nel suo stemma.

SCHEDA BOTANICA
Melograno
Punica granatum L.
Famiglia: Punicaceae o Mirtacee
Origini:
bacino mediterraneo orientale e dell’Asia occidentale
Distribuzione:
E’ specie propria del bacino mediterraneo orientale e dell’Asia occidentale, con areale molto frazionato. In Italia è stato introdotto con la coltivazione, ma spesso si trova naturalizzato.
Habitat:
Coltivato e inselva-tichito presso i giardini
Limiti altitudinali:
0-800 m.
Descrizione:
Piccolo albero spinoso o arbusto, a foglie caduche, molto ramificato, a tronco spesso contorto e fessurato in età adulta, con corteccia giallastra.
Foglie per lo più opposte, brevemente picciolate, a lamina lanceolata, intera ai margini, glabra, lucida e un po’ rigida, penninervia.
Fiori ermafroditi soli-tari o in gruppi di 2-3; sessili; calice tubuloso, carnoso, con 5-9 denti di colore rosso-coral-lino; corolla con 5-8 petali rosso scarlatti; stami numerosi (circa 20) con antere giallo-dorate; ovario infero con 1 stilo e stigma a capocchia.
Il frutto è una grossa bacca globosa e coriacea, coronata dai residui persistenti del calice, contenente moltissimi semi protetti da una polpa di colore roseo o rosso, translucida e di sapore acidulo.
Epoca di fioritura: Estate.
Usi:
Il legno, duro, si utilizza per piccoli lavori.
La corteccia del frutto, ricca di tannino, è ancora usata in Africa del nord per conciare il cuoio, che colora di giallastro. In presenza di ferro essa dà una tinta nera adatta per farne inchiostro. Anche i fiori possono servire per fare inchiostro rosso.
In Spagna col succo fresco e lo zucchero si prepara la “granatina”.
Il legno, duro, si utilizza per piccoli lavori.

Fitoterapia
Usi tradizionali
La buccia di M. seccata, bruciata e polverizzata, applicata sulle scottature, era ritenuta rimedio assai efficace (ripi, Ciociaria)
Il decotto di scorza, freddato, si poneva sulle gengive in caso di odontalgia, senza berlo perché leggermente tossico; con la scorza, posta in acqua bollente si preparavano fumenti utili per liberare il naso e le prime vie respiratorie.
Contro gli ossiuri dei bambini si usava l’infuso molto leggero della scorza (che presenta, come abbiamo detto una certa tossicità).
Il decotto di foglie e il succo dei frutti erano usati come antidiarroico.
In caso di irritazioni vaginali, si usava fare lavande con l’infuso dei fiori.
Cosmetica
Il succo dei frutti veniva usato come belletto casalingo fino al secolo scorso.
Il succo dei frutti può essere un ottimo tonico per la pelle del viso e combatte anche la couperose. Con esso si può preparare un ottima crema per il viso data la sua ricchezza di vitamine.
– Ultimi studi –
Molto utile per la salute secondo quanto ha appurato una ricerca fatta da due scienziati israeliani.
Michael Aviram, biochimico al Lipid Research Laboratory del Medical center Rambam di Haifa, ha scoperto che questo frutto ha delle proprietà terapeutiche, e anche antitumorali, perché è ricco di flavonoidi, antiossidanti che proteggono il cuore e le arterie.
Anche l’altro scienziato, Ephraim Lansky, del Technion Israel Institute of Iechnology di Haifa, è giunto alle medesime conclusioni.
Entrambi gli scienziati hanno scoperto che il succo di melograno è addirittura tossico nei confronti delle cellule cancerose. È adatto per la prevenzione del cancro al seno
CREDENZE Popolari
A Roma, nella notte di S. Giovanni, coloro che non potevano andare a fare “schiamazzi” al Laterano, si chiudevano in casa spruzzando acqua santa sulla porta e ponendovi dietro un frutto ed un vaso pieno di sale.
Secondo la magia della “conta”, le streghe avrebbero dovuto contare i semi del Melograno e di sale, prima di entrare, perdendo così tanto tempo d’arrivare all’alba, ora in cui se ne dovevano andare.
Usi Culinari- Uno dei piatti caratteristici del l’autunno vicentino è la tacchina al melograno (‘paeta al malgaragno’), cotta arrosto e irrorata col fondo di cottura corroborato dal succo zuccherino.

GIUGGIOLO Zizyphus lotus-Z.sativa-Z.jujuba Ramnacee

Il Giuggiolo è il nome comune di alcune specie di Zizyphus dai frutti commestibili che fanno parte della famiglia delle Ramnacee (Zizyphus lotus-Z.sativa-Z.jujuba) (1)
Al pari del melograno il giuggiolo è un alberello o più spesso un arbusto; lo si riconosce senza incertezza per i rami che si sviluppano a zigzag e per le foglie contrapposte che li adornano. Il suo duro legno è particolarmente apprezzato per lavori di scultura ed ebanisteria. I suoi rami contorti e spinosi lo rendono adatto ai giardini,ai quali conferisce una nota orientaleggiante. Ama stare in compagnia del pesco e del mandorlo.
I frutti sono delle drupe ovoidali, le sue dimensioni sono piu’ o meno quelle di un’oliva di un colore che, inizialmente verde, a maturazione diventa rossobruno, dalla buccia i lucida.
Anche il giuggiolo è di origine mediorientale e ciò spiega la sua resistenza tanto al caldo e alla siccità quanto agli inverni rigidi.
Le giuggiole (‘dùdole’ ‘sùsube” ‘zìzole’, gensole) maturano nel primo autunno e si consumano sia fresche che leggermente avvizzite (ma vengono anche fatte seccare).
La polpa bianco-verdognola della giuggiola e’ farinosa, con un sapore dolce-acidulo. Se si ha la pazienza di raccoglierla quando e’ ben matura diventa molto dolce.
(1)- Ziziphus sativa, arbusto alto da 2 a 8 m., dai fiori gialli con foglie ovato – oblunghe provviste di stipole spinose, è originario dell’Europa del nord e dell’Africa e viene coltivato nel bacino mediterraneo per i suoi frutti (drupe) piccoli, simili a olive , verdi e poi rossi a maturità, con polpa biancastra, zuccherina, lievemente lassativo.
Ziziphus lotus (giuggiolo selvatico) originario dell’Africa del nord è più piccolo.
Ziziphus jujuba è comune in Cina e in India.

SCHEDA BOTANICA

Caratteristiche: Albero con foglie decidue. Altezza: fino a m. 10. Fiori ermafroditi. Impollinazione: tramite insetti. Foglie indivise. Fiori regolari. Calice gamosepalo. Stami opposti ai petali. Stilo 1.
Presente nelle seguenti regioni: Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia

Cresce alle seguenti altitudini (min-max): m. 0-600
Habitat: Luoghi a mezz’ombra; boschi; siepi.
Periodo di fioritura: GIU-LUG
Area di origine: –
Proprietà medicinali: Pianta espettorante; refrigerante; astringente; emolliente; stomachica; antidoto; diuretica; ipnotica; narcotica; pettorale; impiastro; sedativa; calmante il dolore; anticancro; tonica.
Utilizzi alimentari: foglie; frutti.
Dalla pianta si ricavano i seguenti prodotti: Carbone; combustibili; legname.
Note: Pianta legnosa, cespitosa
NOTA
Genere delle Rhamnaceae.
Comprende le seguenti specie: Ziziphus apetala; Ziziphus celata; Ziziphus floribunda; Ziziphus funiculosa; Ziziphus glabra; Ziziphus horrida; Ziziphus joazeiro; Ziziphus jujuba (Albero con foglie decidue. Altezza: fino a m. 10. Fiori ermafroditi.) giuggiolo comune jujube; Ziziphus lotus (Pianta legnosa, cespitosa) giuggiolo selvatico; Ziziphus mauritiana; Ziziphus mexicana; Ziziphus mistol; Ziziphus mucronata; Ziziphus nummularia; Ziziphus obtusifolia (Arbusto) lotebush; Ziziphus oenoplia; Ziziphus oxyphylla; Ziziphus parryi (Arbusto) parry’s jujube, California abrojo; Ziziphus rotundifolia; Ziziphus rugosa; Ziziphus sativa; Ziziphus spina-christi; Ziziphus spinosa; Ziziphus talanai; Ziziphus trinervia; Ziziphus vulgaris; Ziziphus xylopyrus; Ziziphus zizyphus
Fitoterapia
Il decotto dei frutti si usava in caso di ritenzione urinaria.
Col decotto dei frutti si facevano sciacqui, gargarismi, lavaggi e compresse per pelle e mucose infiammate.
I frutti maturi e la loro marmellata sono espettoranti ed emollienti, utili in caso di tosse. I frutti sotto spirito hanno proprietà digestive (assunti con moderazione!).
Per riassumere la giuggiola ha azione bechica, emolliente, fluidificante e leggermente sedativa.
Possiede un alto concentrato di Vit. C. secondo solo al Guava (Fejoa Selloviana) molto più alto del limone. Contiene dal 20 al 30% di glucosio e saccarosio, sostanze resinose e mucillaginose, malato di potassio e di magnesio (nei frutti maturi) fino al 25% di proteine e il 12% di carboidrati.

Preparati fitoterapici attuali

Zyziphus gemme (Gemmoderivati)
In caso di distonie neurovegetative, nevrosi d’angoscia, spasmi muscolari, insonnia, sonno disturbato.

Ziziphus jujuba (Estratto fluido) indicato nelle turbe della concentrazione e nella diminuzione della memoria, insonnia, nevrastenia

In cosmetica si possono preparare oli o creme per il viso con effetti anticouperose e protettivi (Vit.C., mucillagini,resine, magnesio…) in sinergia con mela cotogna e o.e. di agrumi.
L’infuso di fiori o di frutti è un ottimo tonico per il viso.

Altri usi e preparazioni alimentari
Questi frutti vengono consumati in vari modi: canditi, seccati, in salamoia, come succo, o come burro di Ber. In Malawi si distillano i frutti seccati per ottenere una bevanda alcolica molto forte.

Miti e leggende
Ulisse e i suoi uomini furono portati fuori rotta da una tempesta, che durò nove giorni e notti. Furono trascinati dai venti, all’isola dei Lotofagi (l’Isola di Djerba), nel Nord dell’Africa. Alcuni dei suoi uomini, una volta sbarcati per esplorare l’isola, si lasciarono tentare dalle piante di loto. Il frutto magico fece loro dimenticare mogli, famiglie e la nostalgia di casa. Ulisse dovette trascinarli a bordo per riprendere il viaggio verso Itaca.
E’ probabile che il loto di cui parla Omero (Libro IX – Odissea) sia proprio lo Zizyphus lotus, un giuggiolo selvatico, e che l’incantesimo dei Lotofagi non fosse provocato da narcotici, ma soltanto dalla bevanda alcolica che si può preparare coi frutti del giuggiolo. Una specie affine, lo Zizypus spinachristi, è ritenuto dalla leggenda una delle due piante che sono servite a preparare la corona di spine di Gesù. L’altra è il Paliurus spinachristi.
Pare che per gli antichi Romani, il giuggiolo fosse il simbolo del silenzio e come tale adornasse i templi della dea Prudenza.
In Romagna in molte case coloniche era coltivato adiacente alla casa nella zona più riparata ed esposta al sole. Si riteneva che fosse una pianta portafortuna.

CURIOSITA’

“Andare in brodo di giuggiole” è una combinazione di parole usata esclusivamente nel significato figurato di “ uscire quasi da sé dalla contentezza”
Il brodo di giuggiole nasce, forse, sul lago di Garda nella residenza estiva dei Gonzaga. Si consumava tradizionalmente per accompagnare le torte o i biscotti secchi che erano inzuppati nel liquido oppure, per il suo gusto particolare, centellinato in bicchierini come un liquore. Ancora oggi la pianta del giuggiolo è tipica del lago di Garda e di Maderno in particolare.
Quali gli ingredienti del brodo speciale? Giuggiole passite, mele cotogne, scorza di limone, uva bianca. Le giuggiole erano cotte in acqua unitamente alle mele cotogne, all’uva e alla scorza di limone. Si lasciavano bollire fino ad ottenere uno sciroppo né troppo liquido né troppo denso. Si chiudeva in bottiglie o barattoli e si conservava al buio, in luogo fresco. (Giusi Morbini)
ORIGINI ETIMOLOGICHE DEL FAMOSO PROVERBIO
In realtà,“Andare in brodo di giuggiole”, dunque, è una combinazione di parole usata esclusivamente nel significato figurato di “andare in solluchero, uscire quasi di sé dalla contentezza” ed è frutto di un’alterazione dell’originaria andare in brodo (o broda) di succiole: in questo passaggio le giuggiole, cioè i frutti del giuggiolo, impiegati, fra l’altro, sia in medicina, per decotti contro la tosse, sia in cucina, per marmellate e confetture, hanno preso il posto delle succiole, ovvero delle castagne lessate con la buccia. L’uso di questa espressione originaria, di provenienza toscana, è già ammesso nella prima impressione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, (1612), dove, per l’appunto, è menzionata due volte: alla voce succiare, con un esempio tratto dal Morgante di Luigi Pulci (“Da SUCCIARE SUCCIOLA, che è castagna cotta nell’acqua con la sua scorza. Morg. Per dare al Saracino altro, che succiole.”) e alla voce castagna (“CASTAGNA. frutta nota. Lat. castanea, Gr. k?stana. Boc. n. 72. 16. Entro col mosto, e con le castagne calde si rappattumò con lui. Qui intende delle cotte arrosto, o lesse: Le quali, arrosto, chiamiam BRUCIATE, e lesse, SUCCIOLE, dal succiarle, che si fa, in mangiandole. Abbiam da essa un proverbio, il quale allude all’ipocrisía, e al bene infinto. Come la castagna, di fuora è bella, e dentro ha la magagna. Lat. intus Hecuba, foris Helena”).
Lo stato di contentezza al quale andare in brodo di giuggiole e andare in brodo (o broda) di succiole fanno riferimento sembra, in definitiva, doversi collegare alla bontà dei frutti menzionati. Prendendo, poi, spunto dalla diversità delle preparazioni nelle quali vengono impiegate le giuggiole e le succiole, Pietro Fanfani e Costantino Arlia hanno esposto, nel Lessico dell’infima e corrotta italianità (1881), dettagliate precisazioni sul corretto uso delle espressioni in cui esse sono menzionate

“Dicono Andare in broda di giuggiole per Godere di molto di chicchessia, Averne somma compiacenza, Sdilinquire dal piacere, ma dicono male; rettamente s’ha a dire Andare o Andarsene in broda di succiole, che è l’antico modo Andare in brodetto o in guazzetto, perché le giuggiole non si lessano, come le castagne o marroni sbucciati, che si dicono succiole, o più comunemente ballotte; e se le si cuociono, se ne fa con altri ingredienti una scottatura per la tosse, non si fa una broda”

NESPOLO MESPILUS germanica L. Rosacee

È una specie originaria dell’Europa sud-orientale, diffusasi poi in tutto il continente e coltivata per i frutti di facile conservazione fino a inverno inoltrato.
Questa pianta cresce in maniera contorta e molto lentamente. E’ formata da foglie ovali, piuttosto grandi, con una particolare seghettatura in prossimita’ della punta.
Il frutto, che ha le dimensioni di una noce, ha la forma di una pallina ed un colore bruno simile alla ruggine. La polpa e’ carnosa, dal sapore piacevolmente acidulo.
Arriva a maturazione ad ottobre proprio mentre la pianta sta perdendo le foglie.
Le nespole non vanno mangiate subito, sarebbero sgradevoli. Bisogna avere la pazienza di aspettare uno o due mesi, quando la buccia avra’ assunto un colore scuro: è a quel punto che la polpa sara’ diventata tenera e gustosa e prenderà il sapore di una confettura dolce e vinosa.
Il clima piu’ adatto a questa pianta e’ quello delle Alpi e degli Appennini, ma, come vedete, la si puo’ trovare anche in pianura.
Il Nespolo selvatico ha pochi frutti,che non raggiungono la grossezza di quelli coltivati, ma non è meno saporito, dopo averlo tenuto un mese nella paglia.
Nespolo comune – Il frutto necessita di ammezzimento, ma può divenire edule se lasciato sulla pianta fino ai primi geli.

Fitoterapia e usi alimentari

Nell’antichità era il più popolare dei frutti astringenti, assieme al cotogno, suo cugino botanico.
“lo si impiega all’interno ancor verde, nei flussi di ventre, la dissenteria, i vomiti, la nausea e in tutti i casi in cui le fibre rilasciate hanno bisogno di essere ristrette”. Così scriveva Nicolas Alexander, benedettino, nel 1751.
Henry Leclerc formulò uno sciroppo di nespolo efficace nelle diarree infantili.
La decozione delle foglie e dei frutti è utile come gargarismo nei mal di gola.
La tradizione popolare conosceva l’impiego antidolorifico, in caso di mal di stomaco, dei frutti secchi polverizzati.
Il decotto dei frutti freschi, non ancora maturi, era somministrato nelle affezioni epatiche.

Uso Esterno essendo ricco di acidi organici e tannini, una maschera per il viso con la polpa di nespola, mischiata ad 1 cucchiaino di miele, è certamente assai efficace per distendere la pelle del viso.

NOTE BILIOGRAFICHE

AMBROSOLI, Mauro -Scienziati, contadini e proprietari: botanica e agricoltura nell’Europa occidentale 1350-1850- Torino, Einaudi, 1992.

BATTISTA, Antonio -Salute e bellezza con le piante- Firenze, Giunti, 1992.

BOSCHI e Alberi: contributo alla conoscenza e al rispetto del verde nella provincia di Pesaro e Urbino. Fano. Lit. Offset Stampa, 1982.

DA LEGNANO. L.P. -Le piante medicinali nella cura delle malattie umane- Roma, ed. Mediterranee, 1973.

ENCYCLOPEDIE des Medecines Naturelles sous la direction de Pierre Camillot- Paris, ed. Tecniques, 1993.

GUARRERA, Paolo Maria -Le piante del Lazio nell’uso terapeutico, alimentare, domestico, religioso e magico: etnobotanica laziale e della media penisola italiana a confronto- Roma: Regione Lazio, Assessorato alla Cultura, Dip. di Biologia vegetale, Univ. “La Sapienza”, 1994.
Quad.1: Censimento del patrimonio vegetale del Lazio.
C.S- Quad. 2: Ambienti di particolare interesse naturalistico del Lazio.

LIEUTAGHI, Pierre –Il Libro dei frutti selvatici- Roma, Rizzoli, 1974

MAINARDI FAZIO, Fausta -I frutti del bosco- Milano, De Vecchi, 1979.

MATTIOLI, Pietro Andrea -I discorsi ne i sei libri della materia medicinale di Pedacio Dioscoride Anazarbeo- Bologna, Forni, 1994 (Ristampa anastatica).

NEGRI, Giovanni -Erbario figurato: descrizione e proprietà delle piante medicinali e velenose della flora italiana- Milano: Hoepli, 1973.

PENZIG, Otto -Flora popolare italiana: raccolta dei nomi dialettali delle principali piante indigene e coltivate in Italia- Vol.2. Bologna, Edagricole, 1974.

SIMONI, Maria Doretta -Le piante della Ciociaria fra magia e medicina tradizionale- in: Le Piante Magiche pp.195-239. Quaderni di Antropologia e Scienze del linguaggio. Roma, Domograf, 1995.

SIMONI, Maria Doretta -Bibliografia ragionata della sezione Scienze Naturali e Botanica della Biblioteca di Farfa- in: Farfa e i suio archivi. Roma, SIARES, 1988.

TORRE, Domenico -Medicina popolare e civiltà contadina- Roma, Gangemi, 1994.

ZANGHERI, Pietro -Flora italica vol.I-II. Padova, CEDAM, 1976.

   Secondo  alcuni Hypericum deriva dal greco upér=sopra, cioè più forte del mondo infero; ed eicon=incenso perchè l’odore dell’olio essenziale ricorda quello dell’incenso. L’aggettivo perforatum si riferisce alle foglioline che, guardate contro luce, sembrano traforate per la presenza di piccole ghiandole translucide contenenti oli essenziali.Per tenere lontani i demoni, si usava bruciare la pianta, oppure si prendevano alcuni rametti, della stessa, e, dopo averli immersi in acqua benedetta, si aspergevano gli ambienti. Da qui vien fatto derivare il famoso nome popolare di “Scacciadiavoli”. Altro nome assai diffuso , col quale è conosciuta questa pianta, è Erba di S.Giovanni (attribuito anche a varie felci, Artemisia vulgaris, Hedera helix, Taraxacum officinalis, Inula helenium, ecc.), per il periodo d’inizio della fioritura.

L’Iperico era considerato un amuleto contro ogni forma di stregoneria se si portava addosso nella notte di S.Giovanni (24 giugno, solstizio d’estate). Anticamente, chi si trovava per strada nella notte della vigilia, poteva incontrare le streghe che si recavano a frotte al convegno annuale, per proteggersi da possibili malefici, si infilava sotto la camicia l’Iperico insieme alle altre erbe. (“Se ne fanno unguenti contro le scottature, e per analogia, allontanerebbe coloro che abitano tra le fiamme. E’ stata inoltre collegata al massimo fulgore del sole, nel momento del solstizio estivo: secondo la tradizione si doveva cogliere il giorno di S.Giovanni alle ore 12.”  Guarrera, P.M.-Il patrimonio etnobotanico del Lazio.-Regione-Lazio 1994.)

 Fin dai tempi delle Crociate, i Cavalieri di S.Giovanni di Gerusalemme erano soliti usare questa pianta per curare le ferite dei combattenti perchè, secondo la dottrina della “signatura”, la pianta presentava delle ferite (i forellini delle foglie) e, perciò, era efficace contro le stesse. Inoltre, se si strofinavano i petali tra le dita, ci si tingeva di rosso e questo succo (l’ipericina) era chiamato sangue di S. Giovanni. Per allontanare gli spiriti maligni, si appendevano mazzetti sulla porta di casa o a capo del letto.

Questa pianta , comune nei bordi delle strade, nelle boscaglie, nei campi e in genere nei luoghi erbosi e soleggiati, fiorisce da giugno a settembre. E’ una pianta perenne, con fusti eretti, alti da 20 a 80 centimetri. Le foglie sono opposte, sessili, coriacee, ellittico- oblunghe e punteggiate di nero sul margine della pagina inferiore e con numerosi punti traslucidi bene evidenti in trasparenza per tutto il lembo. I fiori sono raccolti in corimbi e sono formati da cinque petali giallo-dorati. Il frutto è una capsula.

Alcuni nomi popolari delle nostre regioni: Millebuchi (Toscana); Sangue-spasso (Liguria);Trafurelo (Piemonte);Erba dal Sangh (Veneto); Jerbe de San Zuàn (Friuli); Erba da Taj, Erba de San Roch (Emilia).

L’iperico, nella tradizione popolare, ha avuto fama di una vera panacea. Era considerato capace di alleviare disturbi nervosi ( in effetti l’ipericina ha un’azione stimolante, efficace contro le depressioni); di alleviare i disturbi delle vie aeree come tossi, bronchiti, otiti; ma l’ uso più comune è quello del suo olio contro le scottature o le ferite, che si ottiene ponendo le sommità fiorite in olio d’oliva (o altri oli spremuti a freddo). Adatto contro gli eritemi solari, scottature, piaghe di varia origine; da evitare prima dell’esposizione solare perché può causare, alla pelle, fenomeni di sensibilizzazione.

Questo olio, ottenuto per macerazione, facilita la rigenerazione epiteliale e ha un effetto analgesico, che dopo le scottature dà molto sollievo.*

In fitoterapia, si usa anche l’infuso al 2%, 3-4 tazze al giorno per disturbi delle vie respiratorie e cistiti.Un uso  efficace, contro molte forme di depressione, è la Tintura Madre di Iperico che, conosciuta da secoli nel mondo rurale, si sta ora diffondendo nella farmacopea occidentale; negli Stati Uniti al posto di un noto antidepressivo di sintesi si va sostituendo con grande efficacia, un prodotto a base di ipericina estratta dalla pianta. In omeopatia si usa nelle varie diluizioni, nelle lesioni dei nervi e di tessuti nervosi, nei traumi cerebrali, nei dolori successivi a un intervento operatorio, nelle lesioni delle zone nervose periferiche.

*Ricetta per preparare l’olio di Iperico:

Iperico sommità fiorite               gr. 50

Olio extra vergine d’oliva        ½ litro

Sole   15-20 giorni in recipiente a chiusura ermetica.

Quando l’olio ha assunto una bella colorazione rossa, si filtra e si pone in boccette scure.
                             

ChelidonErba delle rondini, il significato del suo nome deriva dal greco: chelidon =rondine.
Gli antichi greci e i latini pensavano che le rondini usassero i germogli di questa pianta per far aprire gli occhi ai loro piccoli che, si pensava, nascessero ciechi. Questo fatto portò all’uso popolare della pianta per curare malattie degli occhi, ma questa terapia è molto pericolosa dato che la chelidonia è caustica e serve per estirpare i porri della pelle (infatti, in molte regioni italiane viene chiamata Erba porraia). In ogni modo, dato che la chelidonia ha anche un forte potere antimicotico per certe forme di disturbi oftalmici può essere utile, ma sempre sotto la guida di un esperto.
L’uso attuale in fitoterapia è molto utile per i le affezioni epatiche, soprattutto riguardo ai disturbi dovuti a calcolosi biliare e all’epatite C.

Paracelso aveva già capito queste cose attraverso la teoria della “signatura”, da lui stesso predicata. Egli assimilò il colore del lattice della pianta, ai succhi biliari e constatò che il suo uso la rendeva capace di “aprire le occlusioni” di quest’ organo.
Altro uso, nell’attuale fitoterapia, per la sua azione antispasmodica sui tessuti muscolari (dovuta alla chelidonina e agli alcaloidi del papavero in essa contenuti), è in infusi composti.
Nell’odierna fitoterapia si sono riscontrati ottimi effetti nella cura di alcune malattie dl fegato e delle vie biliari (calcolosi).
Per uso esterno, come accennavo sopra, è ottima per estirpare le verruche, per questo il risultato migliore è l’uso del lattice da pianta fresca, ma funziona molto bene anche la Tintura Madre.

 

  

Piante magiche e medicinali dall’epoca biblica ai giorni nostri

Da sempre l’uomo ha avuto bisogno delle piante (senza i vegetali non potremmo sopravvivere); si sa che anche senza documenti scritti l’uso di esse risale alla notte dei tempi. Infatti gli scavi archeologici hanno portato alla luce prove dell’uso di piante negli agglomerati umani e anche scelte di semi conservati in appositi contenitori.
In tutte le antiche scritture dei vari popoli della terra ci sono riferimenti all’uso domestico o terapeutico di erbe, radici, fiori, foglie spesso collegate a riti religiosi.
Oggi mi limiterò a fare un breve escursus riguardante alcune piante citate nella Bibbia e l’uso terapeutico riferito alla medicina popolare e alla moderna fitoterapia.

ARTEMISIA absithium                  Assenzio                   Composite

“Non ci sia dunque tra voi né uomo, né donna, né famiglia, né tribù che oggi distolga il suo cuore dal Signore, Iddio vostro, per andare a servire agli dei di quelle nazioni! Non ci sia tra voi nessuna radice che produca veleno e assenzio” Deuteronomio 29, 17.

Questa specie fa parte della grande famiglia della Artemisie quali l’A. Vulgaris, A. draucunculus, A. abotanum, A. arborescens ecc.
Su queste piante si potrebbe scrivere un ampio trattato dato che l’Artemisia, fin dai tempi più antichi, è stata chiamata “madre di tutte le erbe” e ha suscitato interessi terapeutici, magico-religiosi in tutte le popolazioni che l’hanno conosciuta.
Nella nostra tradizione popolare, l’artemisia era considerata una pianta magica: si riteneva che durante la notte di S. Giovanni, il 24 giugno (solstizio d’estate), l’Artemisia secernesse, sotto le radici, un “carbone” efficace contro i fulmini e la peste e che avrebbe protetto chiunque l’avesse colto quella notte e conservato in casa o portato sotto le vesti.

Tornando all’Assenzio possiamo ricordare Apuleio che consigliava il viandante di portare con sé un rametto di questa pianta per alleggerire la fatica della via. Catone nel De re rustica e Virgilio nelle Georgiche esaltavano le sue proprietà antiarrossanti. Queste virtù furono riconosciute e applicate in tutta la materia medica medievale e rinascimentale e furono elencate da Macer Floridus nella sua opera De Viribus herbarum “…stomachi robur est, lumbricus necat, alvum mollit…ictus subvenit, oculos clarificat”
Esso divenne celebre nel periodo letterario degli Scapigliati che misero in uso una bevanda alcolica a base di assenzio che provocava un certo torpore mentale: era l’inizio della dipendenza che portò molti all’absintismo. Questa intossicazione è una forma di avvelenamento dovuta agli effetti tossici del suo olio essenziale che,se assunto in notevoli quantità, può dar luogo a fenomeni convulsivi o epilettiformi molto pericolosi. La sostanza responsabile di questa azione psicoeccitante e narcotica è il terpene tujone

Tuttavia le sommità fiorite di assenzio contengono anche molti principi amari e digestivi ed in fitoterapia è impiegato come amaro-eupeptico nella terapia delle affezioni gastrointestinali e nell’atonia gastrica, utile anche nelle anoressie con tendenza alla costipazione.
Per uso esterno le lozioni a base di artemisia sono molto efficaci contro le punture di zanzare.

Hyssopus officinalis    Issopo       Labiate

Mosè chiamò tutti gli anziani d’Israele e disse loro: “Scegliete e prendete un agnello per le vostre famiglie e immolate la Pasqua. Prendete pure un mazzetto d’Issopo, intingete nel sangue dentro un catino e con quel sangue spruzzate il frontone e i due stipiti della porta…”ESODO 12, 22

Questa labiata, spesso citata nella Bibbia, è una pianta perenne sufrutice, molto aromatica con fiori azzzurro-violetto simili al rosmarino (infatti appartiene alla stessa famiglia). Di origine asiatica, è stata introdotta in Europa centrale e meridionale nel Medioevo. Cresce nei luoghi secchi e pietrosi, zone preferibilmente calcaree, fino al piano alpino.

Coltivata come pianta medicinale per le proprietà toniche, depurative, bechiche, espettoranti.
Molto più diffusa nell’uso culinario e popolare che nella fitoterapia occidentale per la quale la più nota e usata è il Rosmarino.

ROSMARINUS officinalis                             Rosmarino (Labiate)

L’origine del nome latino si fa derivare da rhos=rugiada di mare, ma è più probabile che derivi dal greco rops=arbusto e myrinos=odoroso. Ma i nomi regionali e locali sono tantissimi es: Romarin (Liguria), Rosmarein (Lombardia), Gusmarin (Veneto), Usmaren (Emilia), Rosamarina (Campania), Zipiri (Sardegna).
Questa pianta tanto diffusa e usata nel nostro Paese, ha un’origine che risale agli Egiziani; testimonianza che ci viene da Prospero Alpino medico-botanico del rinascimento, autore di un celebre testo sulle piante dell’antico Egitto. Egli racconta di aver trovato, in una tomba, un ramoscello di rosmarino chiuso in uno scarabeo di marmo.
In passato, veniva usata sia per le cerimonie funebri che nuziali, perchè, essendo così ricca di essenze profumate, era considerata una pianta magica capace di allontanare gli spiriti maligni. Molto più realisticamente, quando si svolgevano cerimonie dove l’affollamento di persone era inevitabile, si ricorreva a piante che, con il loro profumo, attenuavano quello della “calca”; così facendo, si otteneva anche un buon effetto antisettico come ci è documentato per le festività religiose del periodo medievale.Tra gli usi tradizionali delle nostre regioni c’era quello di porre i rametti fogliari del Rosmarino sulle stufe roventi: i vapori che si sprigionavano venivano respirati per combattere la tosse e le bronchiti. L’infuso delle foglie, addolcito col miele, veniva assunto a scopo digestivo. Le sommità fiorite bollite nel vino si usavano per rinfrescare l’alito.
Altro uso popolare curioso era quello di infilarsi tra i capelli alcuni rametti di questa pianta sia per rinvigorirli che per rinfrescare la memoria. Ricordo, infine che il Rosmarino è sempre stato ritenuto propizio agli affetti familiari.
Pianta tipicamente mediterranea, cresce lungo i litorali, ma anche nelle campagne e sulle colline, se ben riparata resiste fino a -10gradi.

Arbusto perenne fiorisce più volte in un anno.Come tutte le piante officinali, cambia un po’ di qualità a seconda delle zone in cui cresce, all’esposizione e alla stagione di raccolta, il suo olio essenziale è formato , per lo più, da cineolo, borneolo, canfora, pinene, esteri tannini, resine.

Usi fitoterapici: Bagni tonificanti di decotto di rametti contro la stanchezza e la pelle ruvida; utile anche per combattere un incipiente raffreddore (un bagno al Rosmarino può essere risolutivo). I bambini gracili traggono molto giovamento con una cura di questi bagni. Io sottolineo spesso l’effetto positivo che possiamo ottenere dalle piante attraverso l’osmosi; ricordiamoci che la pelle respira attraverso i pori e che le abluzioni alle mani o ai piedi non sono da sottovalutare nelle cure fitoterapiche o di aromaterapia.

Contro la sinusite si fa bollire una manciata di foglie in due tazze d’acqua e si fanno degli impacchi caldi tra i seni nasali, altrettanto utili si dimostrano questi impacchi nella zona cervicale per combattere un’infiammazione acuta della zona. Per questi disturbi sono molto utili anche le frizioni di olio di R. ottenuto per macerazione dei rametti freschi in olio d’oliva, di cartamo o di lino.
Per rinforzare i capelli si fanno frizioni di T.M. (tintura madre) di Rosmarino,Ortica, Equiseto; oppure ci si risciacquano, massaggiando la cute, i capelli con un decotto di rametti fogliari.
Utile, contro la tosse dei bambini (ma anche dei grandi), è la marmellata di fiori che si prepara con molto amore, molta pazienza, molti fiori e qualche cucchiaio di zucchero; se ne dà un cucchiaino piccolo sciolto in una tazza di latte caldo, due volte al dì.
Attenzione ai dosaggi, soprattutto nelle cure per via orale: il R. ad alte dosi, può essere tossico e procurare eccitazione o allergie! Come per qualsiasi tipo di medicamento, vegetale e non, bisogna affidarsi a persone esperte e fidate.
Come cosmetico questa pianta è nota fin dai tempi antichi, ma il prodotto più famoso, passato alla storia, è l’acqua della regina d’Ungheria. In effetti, l’essenza, contenuta in questa meravigliosa labiata, è molto utile contro le rughe e la pelle atona sia del viso che del corpo.

RICETTA contro la caduta dei capelli

Rosmarino T.M. 30cc.
Ortica T.M 40cc.
Equiseto T.M. 30cc.

Aggiungere 6-8 gocce di essenza di Bergamotto

Citata nel Cantico dei Cantici, come innumerevoli altre piante che indicherò qui di seguito, è l’Aloe

ALOE Barbadensis     ALOE vera       ALOE vulgaris         ALOE               Liliacee

Il nome si trova già in Celso, medico latino del secolo d’Augusto. Si conoscono circa 85 specie di Aloe, alcune delle quali raggiungono i 20 metri di altezza. Di interesse officinale sono parecchie oltre alle citate: A. socotrina, A. ferox, A. abyssina ecc.
Sono caratteristiche piante grasse e appartengono alla famiglia delle liliacee. I fusti di altezza variabile, sono sormontati da un ciuffo di foglie a sezione triangolare, con bordi spinosi, di colore verde e talvolta picchiettati di macchie porporine. L’infiorescenza è un racemo (1) eretto lungo e compatto che porta fiori di colore che va dal giallo-aranciato al rosso.
Molte specie si sono naturalizzate nei paesi a clima temperato dove sono state introdotte per la bellezza delle loro foglie e dei fiori. Nei paesi tropicali e, in particolare, nelle Antille, dall’Aloe perfoliata si estraggono fibre tessili con le quali si confezionano stoffe grossolane o corde.
La droga è data dal succo condensato ed essiccato delle foglie recise e dal gel estratto dalle foglie spellate. A piccole dosi esercita un’azione eupeptica (digestiva) e colagoga, a dosi maggiori è lassativa.
Per uso esterno è usata nella cura delle dermatiti, per le ustioni e per le macchie della pelle.
A Cuba, dove la fitoterapia è applicata anche negli ospedali, l’Aloe viene usata per preparare innumerevoli medicamenti quali: sciroppi, linimenti, lozioni capillari, ovuli, supposte, unguenti rettali, creme.
Ultimamente si stanno studiando gli effetti dell’Aloe contro il cancro.(soprattutto l’Aloe Barbadensis).

(1)- Racemo: infiorescenza allungata in cui i fiori sono sostenuti da peduncoli che si accorciano man mano che si sale.

LAVANDA Lavandula spica, L. angustifolia, L. latifolia Labiate

“ Sei un orto chiuso, sorella mia, sposa, sorgente chiusa, fonte sigillata, boschetto di melograni i tuoi germogli, coi frutti più squisiti, fiori di Cipro e nardo, nardo e croco e cannella e cinammomo, con ogni specie d’alberi d’incenso, mirra e aloe coi migliori aromi…” Cantico dei Cantici 4, 13-14

Nella Bibbia viene spesso citato il Nardo tra gli aromi preferiti il suo profumo non è altro che l’estratto di Lavanda a tutti noto da tempi immemorabili.

Il nome deriva dal latino lavare, infatti veniva usata per profumare l’acqua delle abluzioni e dei bagni: in essi si mettevano direttamente i fiori della pianta prima di immergervisi. L’uso di questa pianta che ha sempre attirato per il suo profumo, si perde nella notte dei tempi. Alcuni nomi popolari si riferiscono o alla forma come spigo, spighetta, erba-spiga; o al suo profumo come nardo, spiganarde ecc.
Contiene olio etereo, alcoli terpenici liberi come il linalolo, geraniolo, borneolo, cineolo canfora ecc. A differenza delle altre labiate questa pianta innalza i suoi steli e mostra con fierezza le sue graziose infiorescenze espandendo, nel periodo della fioritura, il suo particolare aroma per vasti spazi.
Nella medicina popolare l’infuso di fiori, addolcito con miele, veniva assunto per calmare la tosse, come diuretico o calmante. Il decotto dei fiori era usato per disinfettare e profumare l’alito. Le infiorescenze venivano infilate nei cuscini dei piccoli per conciliare il sonno. Pratica ancora consigliabile perchè gradevole ed efficace. L’uso domestico ancora molto diffuso, e assai preferibile ai deodoranti industriali, è quello di porre sacchetti di infiorescenze negli armadi della biancheria.
Nella festività di S. Giovanni si usava regalare un mazzetto di lavanda per amicizia o per dichiarare il proprio amore. In questo caso, dopo la festa di S.Pietro, si ricambiava il mazzetto per dimostrare l’assenso. Queste piante crescono spontanee nelle isole mediterranee e nell’entroterra, in zone a clima mite, sono piante protette. Si coltivano molto come specie da essenza e, per questo possiamo usarle, acquistandole in erboristeria. Le tre lavande citate hanno le stesse proprietà, ma differiscono soprattutto per la larghezza delle foglie e la lunghezza degli steli.
Per uso interno, i fiori di lavanda sono antisettici, carminativi, tonici bechici, antiasmatici, calmanti nervini, curativi dell’emicrania ecc.
Per uso esterno, vulnerari, rubefacenti, combattono l’alopecia e sono parassiticidi, con i fiori si possono fare suffumigi per combattere le laringiti. L’acqua di lavanda ha virtù calmanti e soporifiche, quindi molto adatta a combattere le “rughe d’espressione”; come può formare un’utilissima barriera contro gli agenti atmosferici o lo smog.
Infine parliamo dei bagni che sono, soprattutto dopo una giornata di fatica o di agitazione, un ottimo concilia-sonno. Nella vasca si possono versare due cucchiai di T.M. dopo averla riempita d’acqua o 6 gocce di essenza e rimanere distesi una decina di minuti, con l’accorgimento di mantenere l’acqua alla temperatura a voi più gradita, finito il bagno, ben asciugati, entrate sotto le coperte e, sogni d’oro!

Tintura di lavanda per uso esterno:

Lavanda fiori secchi gr.30
Alcool 50° cc.400
Lasciar macerare per 15 giorni, filtrare e mettere in boccette scure.

Alcune piante citate nella Bibbia

CANTICO DEI CANTICI

Nardo (=Lavanda)
Mirra
Uva
Cedri del Libano
Cipressi
Narciso
Giglio delle valli
Cardi
Giglio
Melo
Fico
Incenso
Legno del Libano (Cedro?)
Melagrana
Miele
Croco
Cannella
Cinammomo
Aloe (Barbadiensis)
Palma
Noci
Mandragole

EZECHIELE 4,9
Orzo, fave, lenticchie, miglio, spelta

Lino 9, 11

Cedro 17, 22

DANIELE 1, 12
Legumi

Lentisco 13, 54- Rovere 13,58

CITAZIONONI DI PIANTE BIBLICHE

Salmi “ … Altissimus produxit de terra medicina.”

Il frutto o le piante sono a volte simboli, cibo, medicina, abiti, legna da costruzione (Arca, Tabernacolo, Tempio), quasi sempre l’uno e l’altro.

Frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male- simbolo Genesi 2, 9

Fico –abito di Adamo ed Eva (Genesi 2,7)

Ulivo –foglia portata dalla colomba a Noè Genesi 8, 11

Mandragola- Lia dorme con Giacobbe e concepisce il quinto figlio Genesi 30,16
Questa pianta ha effetti afrodisiaci.

Adragante, Resina Laudano – Spezie portate dagli Ismaeliti prima che i fratelli di Giuseppe lo gettassero nella cisterna Genesi 37, 25

Papiro –culla di Mosè Esodo 2, 5

Roveto ardente -Dio parla a Mosè Esodo 3, 2

Orzo, lino, grano, spelta – settima piaga d’Egitto, la grandine, Esodo 9, 31

Lattughe selvatiche (=erbe amare) –la Pasqua Esodo 12, 8

Issopo –angelo sterminatore- Esodo 12, 22 -Bruciato nei riti di purificazione- Nm 19, 6
Purificazione del libro sacro e del popolo con sangue, acqua e issopo- Salmi 51, 9
Vedi Levitico14, 4 (lebbrosi)

Palme –oasi di Elim- Esodo 15, 27

Manna- Simile a miele e semi di coriandolo- Esodo 16, 31

Olio- per le lampade- Esodo 27,20

Acacia- altare dei profumi- Esodo 30,1

Mirra, Cinammomo, canna aromatica, cassia Esodo 30,32

Storace, Galbano, Incenso Esodo 30, 34-35

Ginepro –Sotto cui si addormenta Elia- Re 1, 19, 4

Assenzio- Deuteronomio 29, 18

ROSA PRAENESTINA” è il nome scelto dai Latini per designare una rosa esistente nella zona laziale dell’attuale PALESTRINA. PRENESTE che nei secoli fu chiamata anche Città Papale, Pillestrina, Pellestrina. Il nome è dunque mutuato dalla località che si trova a 38 chilometri circa a sud-est di Roma, sul versante meridionale dei monti Prenestini a 465 metri di altitudine.

Nella sezione Botanica della Storia Naturale di Plinio è citata, tra le altre, anche la Rosa Praenestina e, precisamente, nel libro ventunesimo quando l’autore inizia la descrizione: “Rosa nascitur spina verius quam frutice, in rubo quoque proveniens, illic etiam iucundi odoris, quamvis angusti.”… Seguono indicazioni sull’uso di questa rosa“… la si fa macerare nell’olio, e questo già dal tempo della guerra di Troia, come attesta Omero. Inoltre la si fa entrare nei profumi…ha di per sé proprietà medicinali.

Si mette negli impiastri e nei colliri …Si usa anche per profumare le prelibatezze della mensa, dato che non è per niente nociva. (l’uso delle rose in gastronomia, attestato da Apicio IV 2.9 ) Le specie di rose che da noi hanno acquistato maggiore celebrità sono la Praenestina e la Campana.” ORIGINI REMOTE della ROSA PRAENESTINA Una delle più antiche raffigurazioni della rosa Gallica ( a sua volta progenitrice della Praenestina), appare nell’acquerello di un artista bizantino del V secolo dedicato a Julia Anicia figlia dell’imperatore d’Occidente che illustrava il De Materia Medica di Dioscoride Anazarbeo, famosissimo medico e botanico greco del I sec., nel famoso codice bizantino del V° sec. chiamato “Dioscoride di Julia Anicia” o “Dioscoride di Vienna”.* L’opera di Dioscoride ebbe una grande fortuna e fu redatta e commentata in più codici e in più edizioni fino al XVI sec.( In uno stile scarno, inelegante, mescolato di termini barbari di idioma celtico e tracio, vi sono descritti tutti i medicamenti vegetali, minerali e animali dell’epoca )Questo importante e raro testo è composto da 491 fogli e da 400 disegni di animali e piante fu composto intorno all’anno 515 Il codice misura cm. 37X30.

Contiene molte annotazioni in lingua Araba. Un altro riferimento lo troviamo nei versi di un epigramma di M. Valerio Marziale A una coroncina di Rose

“O tu sia nata nell’orto pestano
o generasse te il col tiburtino
o imporporassi tu il suol tuscolano
o tolse villica te al prenestino
o fossi gloria dell’agro campanoperché
più bella tu sembri a Sabino
ti creda un serto del mio Nomentano”

ORIGINE DELLA ROSA Quando è nata la rosa? Reperti fossili dell’Eocene, ritrovati nel Colorado e nell’Oregon, testimoniano dell’esistenza di questo fiore già una quarantina di milioni di anni fa.Da dove deriva il… nome della rosa? Secondo alcuni filologi deriverebbe dal celtico Rhod, rosso, da cui deriverebbe il greco Rhodon.
Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale, parla di dodici specie di rose; Linneo, nel 1700, ebbe ad attribuire a questa famiglia l’identico numero, ma nel giro di un secolo Parmantier scriveva nel suo Dizionario per l’agricoltura, edito dall’Istituto di Francia, come questa famiglia contenesse un grande numero di arbusti, tutti osservabili per la loro bellezza, alcuni notevoli per il soave profumo dei loro fiori, parecchi dei quali erano coltivati nei giardini d’Europa fin dalla più remota antichità.Secolo dopo secolo si è arrivati a considerare che tra specie selvatiche, ibridi e varianti botaniche ne esistano un numero impossibile da stabilire, come è quasi impossibile risalire al tipo da cui discendono.

Allo stato spontaneo, la rosa non cresce sotto l’equatore, pochissime sono quelle che crescono al di sotto del 25° parallelo; mentre dal Giappone, passando tutte le regioni fino all’Europa se ne ha conoscenza fino all’America settentrionale, nella parte occidentale.Secondo gli ultimi studi genetici, la rosa è una pianta di origine nordica che nel corso dei secoli si è andata spostando, e adattando, verso sud. Tornando alla “nostra” non possiamo dimenticare la più chiara descrizione di tale rosa che dobbiamo a Basilius Besler Nel suo famoso erbario figurato appare in un’ incisione con l’appellativo di Rosa Praenestina variegata: si tratta della più antica rosa variegata derivante, per ibridazione naturale, della Rosa gallica. “Hortus Eystettensis sive Diligens et accurata omnium Plantarum, Forum, Stirpium,ex variis orbis terrae partibus, singulari studio collectarum, que in celeberrimis viridariis arcem episcopalem ibidem cingentibus, hoc tempore conspiciuntur delineatio et ad vivuum repraesentatio – Opera Basilii Besleri Phisiatri et Pharmacopaei M.D.C.XIII Così il nostro autore descrive la Rosa Praenestina: “Rosa Praenestina Variegata Plena. Folii e caulibus à praedicta non multùm recedere videtur, flores expodentur in folia diminiatim rubecentia, vel striis rubris extrabe, aut Clusius* habet tertia duntaxat parte alba, seu nuc integra alba, modo integra rubra inter se commista, pari luxuria, qua Caryophylli quidam hortenses, mirificè variant. (Vid. Clusius loco superius citato)” Clusius- Germ. Grosse Bollendische Rosen von hundertblatern/ mit rothen lumen Praticamente descrive una Rosa variegata con molti petali, con cauli e foglie mediamente normali, la rubescenza diminuisce vicino alle foglie, le striature rosse, come dice Clusio, si alternano per circa un terzo, il bianco e il rosso integri si mischiano mantenendo lo stesso splendore dei colori.

L’INCISIONE originale, verrà in seguito colorata di giallino (non conforme alla realtà) e poi screziata come quella esistente, descritta e qui riprodotta Questa ricerca è servita a verificare lo stato della diffusione del genere Rosa in Italia, nel periodo al quale si riferiscono le prime concrete testimonianze in materia.E’ infatti emerso che il nostro paese, fecondissimo per qualità e quantità di specie presenti allo stato selvatico e coltivato, svolse un ruolo di rilievo nello sviluppo delle rose tra cui la R. gallica officinalis e la sua derivata versicolor denominate R. praenestina e R. praenestina variegata.La Rosa Praenestina esiste ancora, nella sua stupenda evoluzione ora si chiama Gallica versicolor o Rosa Mundi e la possiamo ammirare nei più bei roseti e presso i coltivatori di rose.E…probabilmente dal prossimo anno nelle aiuole di Palestrina.

vedi:
Maria Doretta Simoni “ La Rosa Praenestina” Citta’ di Palestrina Assessorato al Turismo 2006 pp.78

La Rosa Praenestina è il nome storico dato dai botanici delle epoche passate, ad una Rosa Gallica che (come risulta da questa interessante ricerca) è endemica del Lazio (Italia) ed in particolare della antica città di Palestrina. Preneste è in una posizione geografica molto favorevole e questa rosa, ibridata naturalmente, veniva, fin dal tempo degli Etruschi, coltivata ed esportata.
L’ opera riporta una notevole quantità di notizie e vuole essere uno stimolo e un contributo all’approfondimento e alla conoscenza di questo meraviglioso fiore.

The Rosa Praenestina (Preanestine Rose) is the historical name given by botanists of past centuries to a Gallica Rose which, as this research shows, is rooted in the Italian region of Latium, particularly around the ancient city of Palestrina. The Praenestine area finds itself in a very favourable geographical position and this rose, obviously hybridized, was grown and exported since Etruscan times. The present work relates a large amount of information and historical facts with the purpose of deepening and widening our knowledge of this magnificent flower.

BOTANICA
Le Rosaceae sono alberi, arbusti ed erbe comprendenti circa 100 generi e 3000 specie.
La maggioranza delle specie posseggono foglie alterne e stipole. Queste possono essere congenitamente attaccate al picciolo. Avrete gia’ incontrato l’espressione ” una rosa e’ una rosa.” che vuol far credere che quando se ne’ vista una si sono viste tutte. La famiglia delle rose tende in effetti ad esibire fiori monotoni attinomorfi, in genere caratterizzati da perianzi divisi in 5 e da numerosi stami Tuttavia una più accurata ispezione rivela che il gineceo varia immensamente tra le differenti specie della famiglia.
Nella sotto-famiglia delle Rosoideae molti dei pistilli carpellari maturano in acheni, mentre nelle Prunoideae un unico pistillo monocarpellato matura in drupa. Nella sotto-famiglia delle Spiraeoideae, il giniceo consiste in due o più pistilli carpellari distinti che maturano in follicoli. In tutti questi casi l’ovario e’ superiore con, generalmente, una qualche formazione di un’area di stami intorno all’ovario. Tuttavia nella quarta sotto-famiglia , quella delle Maloideae, l’ovario e’composto ed inferiore con la possibilita’ di un’area di stami sopra l’ovario stesso.

  
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